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31 gennaio gennaio 1854: muore Silvio Pellico, grande scrittore, poeta e patriota italiano

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31 gennaio gennaio 1854: muore Silvio Pellico, grande scrittore, poeta e patriota italiano

Il 31 gennaio del 1854 se ne andava Silvio Pellico.

Un personaggio molto influente nella storia moderna, che si è contraddistinto per le sue doti e per le sue capacità di scrittore, poeta e patriota italiano.

Nato il 24 giugno 1789 a Saluzzo, cittadina che oggi è in provincia di Cuneo, Silvio ebbe quattro fratelli e una impostazione educativa cattolica, impartita prevalentemente della madre. Uno dei suoi fratelli, Francesco, divenne gesuita ; le sorelle Giuseppina e Maria Angiola presero i voti. Il primogenito Luigi (1788-1841) tentò la carriera politica, condividendo le idee di Silvio e le sue stesse passioni letterarie.

All’età di dieci anni, nel 1799, si trasferì a Torino, in seguito al fallimento dell’attività del padre. Andò in seguito in Francia, mandato dai genitori per specializzarsi nel settore commerciale. Si stabilì a Lione.

Pellico, una volta abbandonato il settore, si interessò alle discipline classiche e letterarie e si appassionò ad autori del calibro di Ugo Foscolo e Vittorio Alfieri.

Tornato in Italia, nel 1809 seguì la famiglia a Milano, trasferitasi in Lombardia perché il padre trovò lavoro all’interno del Ministero della Guerra del Regno d’Italia. Nel capoluogo lombardo,

Milano Pellico divenne insegnante di francese presso il collegio militare e iniziò a scrivere tragedie in versi di impianto classico. A questo periodo risalgono opere come Laodamia (1813) ed Eufemio di Messina.

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Alla caduta del regime napoleonico (1814) perse la cattedra di francese. Il 18 agosto 1815 a Milano viene rappresentata la sua tragedia Francesca da Rimini. La tragedia reinterpreta l’episodio dantesco alla luce delle influenze romantiche e risorgimentali del periodo lombardo.

Dopo la caduta del regime napoleonico, che causò la perdita della sua cattedra, nel 1816 si trasferì ad Arluno, nella casa del conte Porro Lambertenghi. Qui, frequentando intellettuali e personaggi della cultura, si avvicinò a idee risorgimentali, rivolte alla possibilità di indipendenza nazionale. Divenne quindi, nel 1818 redattore e direttore della rivista Il Conciliatore.



Pellico entrò dunque a far parte della setta segreta dei “Federati“, motivo per cui fu intercettato dalla polizia austriaca, che arrestò proprio Pellico, Piero Maroncelli (con cui ci fu uno scambio di lettere),  Melchiorre Gioia e altri partecipanti.

Finì in prigione a Venezia e poi nell’isola di Murano, dove rimase fino al 20 febbraio 1821. Il 21 febbraio 1821 ci fu la sentenza del celebre Processo Maroncelli-Pellico, per la quale fu chiesta per entrambi la pena di morte. Pena poi ridotta a venti anni di carcere duro per Maroncelli e quindici anni per Pellico.

A marzo furono portati nella prigione di Brünn, l’odierna Brno, in Moravia. Durante questa esperienza, Pellico rimase colpito profondamente, tanto da scrivere “Le mie prigioni“, che fu scritto e pubblicato dopo la scarcerazione. Un libro di grande successo, che ebbe notevole influenza sul movimento risorgimentale.

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Tornato alla libertà nel 1830, Pellico pubblicò altre tragedie, come “Gismonda da Mendrisio”, “Leoniero”, “Erodiade”, “Tommaso Moro” e “Corradino”.

Dopo aver pubblicato diversi altri libri, fu assunto dai marchesi di Barolo Carlo Tancredi Falletti e Giulia Colbert e rimase a Palazzo Barolo fino alla morte, sopraggiunta il 31 gennaio 1854. Attualmente riposa presso il Cimitero monumentale di Torino.



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