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La Cavallerizza (ir)Reale

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Marco spalanca la porta finestra in fondo al corridoio lunghissimo che abbiamo appena percorso.

La Mole così vicina conquista il cielo, uno dei bracci delle ex-scuderie si allunga sotto di noi quasi a toccarla, le montagne saltellano nel quadro e Superga, defilata, butta un occhio alla città.

Ci troviamo al primo piano di uno degli edifici che compongono l’imponente Cavallerizza Reale.

A farci da guida è Marco, un artista dalla voce serafica che da da un po’ di tempo abita nelle stanze adibite dal collettivo di “Assemblea Cavallerizza 14:45” a residenze artistiche.

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14:45 è l’ora che segna il grande orologio della corte interna del complesso e che dà il nome all’Assemblea

 

Entrare in contatto con la Cavallerizza non è difficile. Non ci sono cancelli da aprire né porte a cui dover bussare.

In via Verdi, all’incrocio con via San Francesco da Paola, c’è soltanto un varco aperto a separare la città dalla Cavallerizza.

Marco dice che è un po’ come stare in montagna: la gente, una volta arrivata qui, si saluta, cerca lo sguardo delle altre persone. È un paradosso, perché a cinquanta metri di distanza la città continua a vivere tra rumori e ritmi frenetici. Qui, invece, il tempo sembra scorrere più lentamente.

«Ci sono stati due incendi dolosi da quando siamo qui, ovviamente non si è mai capito chi fossero i responsabili» ci dice Marco, mentre guardiamo fuori dalla finestra.

Lo sappiamo bene: il primo, nell’agosto 2014, ha distrutto il Circolo Beni Demaniali che resisteva nel complesso Cavallerizza nonostante la messa in vendita.

Il secondo, a giugno 2016, ha danneggiato quelli che furono i camerini del teatro.

Sì, perché la Cavallerizza Reale  è un complesso enorme: 41.368 metri quadrati, e fino al 2013 una piccola parte di essa era destinata al Teatro Stabile di Torino.

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Chiudiamo la finestra su quella vista preziosa e proseguiamo la nostra visita. In queste stanze, oggi vuote e fredde, si è svolta a maggio 2016 la mostra Here. Saliamo insieme di un piano.

Più ci alziamo, più gli appartamenti sono rimasti intatti, pieni degli oggetti di chi li abitava, gli ex dipendenti del demanio sfrattati nel 2010.

Al posto di ciò che rimane delle installazioni artistiche del primo piano, troviamo spazzolini, ombrelli, un vecchio ferro da stiro.

Lungo i corridoi abbiamo modo di guardare fuori dalle finestre. Da una parte i giardini reali, splendidi. Dall’altra, via San Francesco da Paola. Sullo sfondo, il palazzo della Regione. «Il mostro» mormora Marco. «Stando in Cavallerizza ci si abitua a un certo tipo di “bello”. I muri antichi, gli scalini consumati dai passi di migliaia di persone che nei secoli hanno vissuto questo luogo: sono queste cose a renderla magica».

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Una delle istallazioni durante la mostra Here 2016

 

Scendiamo di un piano ed entriamo nel cuore della Cavallerizza, dove si trovano le residenze artistiche.

Entrando nel salotto, la prima cosa che si nota è che le mattonelle, dissestate, si muovono sotto i piedi. Ci sono tre divani, due tavoli e una libreria. Qualche presa qua e là, in terra. Un sacco di disegni. Fa freddo senza riscaldamento, ma nessuno ci fa caso.  Le voci scaldano queste stanze dal soffitto altissimo.

Arriva Alessandra che, ci racconta, è appena tornata dall’Argentina e ci chiede un abbraccio. «Cosa sei andata a fare?» chiediamo.

La domanda suona sciocca quando risponde «a vivere». È possibile a quella latitudine prendere così la vita, come la prende lei, con il sorriso di chi si è scordato del giaccone per 36 mesi. «Suonavo per strada, mi occupavo di permacultura».

Mangia una mela, si sente forte l’accento spagnolo quando parla. Ci saluta, vuole scendere in Caffetterizza, una delle sale al piano terra, dove la ritroviamo poco dopo con un clarinetto alla bocca, mentre accompagna Andrea al pianoforte.

La cucina è piccola, anche se ad usarla sono una trentina di persone.

Casse di mandarini, di arance, di verdure. Pentole enormi. Nemo entra con la sua vocina squillante. «Chi ha buttato un peperone?» urla mentre lo raccatta dal sacco nero. Poi lo sciacqua, ed è come nuovo. Qualcuno lo riprende per questo gesto che, anche se si tratta di recupero, non è permesso in questo contesto.

Non si butta via niente, è chiaro, ma ci sono delle regole – anche igieniche – da rispettare. «Di dove sei Nemo?», chiediamo. Chissà perché, ci dà l’impressione di provenire da qualche paese spagnolo o sud americano. Forse per la leggerezza con cui affronta la vita, per i tratti e i capelli mori. «Sono nato a Finale Ligure», ci risponde candidamente.


 

La prima volta che abbiamo incontrato Nemo è stato all’assemblea del 22 gennaio. Vale la pena parlarne: si tratta del momento politico per eccellenza all’interno della Cavallerizza. In questa sede si parla tutti insieme dei principi che stanno alla base del collettivo, delle attività dei nove gruppi attivi, dei rapporti coi cittadini e con l’amministrazione. In tutto, finora, se sono tenute oltre 120 assemblee.

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L’appuntamento è alle 16. Al nostro arrivo, però, nel cortile c’è soltanto una signora che borbotta, lamentandosi della poca puntualità. Dentro Caffetterizza è ancora tutto da allestire, così aiutiamo a portare tavoli e sedie. Alle 17, finalmente, si comincia. Marco è seduto al centro di un divano rosso, affiancato da Barbara a sinistra e Giulia a destra. Tutti e tre fanno parte del gruppo Comunicazione. Noi ascoltiamo silenziosi, studiamo i meccanismi di questa macchina delicata. Marco sembra sapere l’ordine degli interventi ancor prima che i partecipanti alzino la mano; se li appunta rapidamente sul telefono appena gli lanciano uno sguardo per chiedere di parlare.

Ci si sofferma tanto sulle parole, come se queste fossero un’arma importante da usare con cura, ed effettivamente è lo strumento più potente che hanno in questo consesso. Ogni tanto, quando qualcuno parla, gli altri muovono in aria le mani. Ci mettiamo un po’ a capire che quel gesto significa “sono con te, sono d’accordo”, e non è  una pratica fricchettona, ma un grande strumento di democrazia: tutti i presenti hanno sotto gli occhi il consenso riscosso da chi parla in quel momento, un modo per mettere in evidenza le questioni più calde su cui tornare.

Oggi si discute del manifesto della Cavallerizza Irreale – questo il nome che l’Assemblea ha deciso di dare a questo posto: qualcosa di magico e fiabesco che va oltre la realtà. Il primo passo ora è di stilare uno statuto, linee guida per la l’organizzazione del collettivo. Si discute del ruolo dell’Assemblea cittadina, degli oneri e del potere decisionale dei partecipanti attivi alle attività e ai progetti della Cavallerizza. 

Queste persone donano il proprio tempo in cambio dell’ospitalità e degli spazi, ognuno a seconda delle proprie capacità artistiche o tecniche. “Donano” perché tutti qui sono volontari ad eccezione degli artisti, i quali ricevono le donazioni della cittadinanza durante le manifestazioni e la possibilità di sviluppare i propri progetti all’interno della Cavallerizza. Non viene mai proposto un prezzo d’ingresso, ma tutto si basa sulla formula dell’up-to-you, vale a dire offerta libera, che ognuno valuta in base alle proprie possibilità economiche, tenendo conto del lavoro dell’artista. Si discute anche di cose molto pratiche, come ad esempio la raccolta differenziata, o la pulizia degli spazi in seguito alle attività.

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L’obiettivo primario di tutta questa organizzazione- che è molto complessa e richiede tempo – è quello di emulare l’esempio virtuoso dell’ex-asilo Filangieri di Napoli, che grazie all’amministrazione De Magistris ha visto riconosciuto a dicembre del 2015 “l’uso civico e collettivo urbano” (oggi sono ben 7 nella sola città di Napoli). In poche parole, l’Assemblea Cavallerizza 14:45 richiede che venga riconosciuto il valore sociale, culturale ed economico che essa ha all’interno della città di Torino.

Tutto passa dal quantificare quale sia il risparmio in termini di offerta culturale comportato dalle oltre 3000 iniziative portate avanti dal collettivo senza l’aiuto diretto del Comune.

Non si riesce mai a parlare di tutto, il tempo è sempre troppo poco. Il freddo è sempre troppo freddo e alle 20 si sospende. Liberi tutti.

Queste assemblee – che sono sempre aperte alla cittadinanza – sono un bellissimo momento di democrazia e idee a confronto. è grazie a queste se si arriva al dialogo con le istituzioni, che sembrano iniziare a tendere l’orecchio alle proposte che da più di due anni vengono avanzate da Assemblea Cavallerizza 14:45. Una su tutte, la decartolarizzazione del complesso, vale a dire bloccare la cessione dell’edificio ai privati, al fine di restituirlo a pieno diritto alla comunità.

Il 18 febbraio il Comune ha chiamato a raccolta tutti gli attori che hanno a cuore la Cavallerizza per iniziare un percorso di confronto che ci si augura possa essere proficuo.

Non era mai successo in questi termini. Almeno non con l’amministrazione Fassino, che non ha mai voluto dialogare con l’Assemblea.

Questo video è stato prodotto interamente in Cavallerizza e presentato il 18 febbraio alle istituzioni


 

Marco, il nostro Virgilio, ci guida verso un’altra sezione della Cavallerizza, non aperta al pubblico e abbandonata dagli sfratti avvenuti nel 2013. «Statemi vicino» dice aprendo una porta antica, tenuta chiusa soltanto da un gancio. Dietro di essa, il buio più totale.

Accendiamo le torce dei cellulari e ci addentriamo in quelli che, scherzosamente, Marco chiama “gli inferi”.

In realtà sono le cantine della Cavallerizza, piene zeppe di cianfrusaglie, bottiglie, valige. Intere vite di chissà chi, persone che sono passate prima di noi. Curiosiamo sporgendoci dalle porte aperte delle varie celle. L’odore di umido ci riempie le narici. Sono tantissime queste cantine, più di quaranta, ma non abbiamo il tempo di vederle tutte.

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Alcune degli oggetti di chi ha vissuto qui prima degli sfratti

 

Salendo altre scale, ci ritroviamo all’interno della parte che costeggia via Verdi. Vista da fuori, si nota lo stato di abbandono.

Le transenne, le porte sprangate, i vetri delle finestre rotti. Appena arriviamo al piano terra, ci colpisce un odore diverso, tipico delle case antiche, che trasuda dalla carta da parati attaccata ai muri.

Le porte interne sono tutte aperte e le stanze buie si alternano a quelle luminose, a seconda di quali abbiano le finestre sprangate e quali no.

I corridoi, sempre lunghissimi, sono surreali. Salendo di livello, troviamo gli appartamenti sgomberati nel 2008.

Qui tutto è rimasto intatto: una pedana per fare pesi occupa il centro di una stanza, mentre una libreria fa da sfondo a quello che, un tempo, doveva essere uno studio. Gli armadi sono ancora colmi di vestiti. «Prima del nostro arrivo, la Cavallerizza era tutta in queste condizioni» ci fa presente Marco mentre camminiamo sul parquet gonfio per via dell’umidità.

Facciamo un giro, poi torniamo in superficie ripassando dagli “inferi”, unico accesso a questa parte della struttura. Virgilio, cioè Marco, ci guarda negli occhi e nota il nostro stupore. Sorride e ci chiede: «Volete vedere il paradiso?». Si volta e sale le scale da cui eravamo partiti per andare alle cantine. Tre piani, e ci troviamo davanti ad un’altra porta antica.

«Fate attenzione a dove mettete i piedi» ci dice, scostando i vari oggetti lasciati per terra in questo luogo semi dimenticato. Varchiamo la soglia e ci ritroviamo nel sottotetto.

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Davanti a noi si erge un’enorme collina di mattoni: è la cupola del maneggio – oggi teatro – che, vista da qui, è altissima, enorme. Sopra le nostre teste c’è il tetto di legno, frutto dell’ingegneria sabauda. Saliamo in cima, c’è anche una finestra. Marco ci aspetta lì, illuminato dalla luce esterna. Lo raggiungiamo e guardiamo insieme a lui il panorama. Rivediamo la collina di Torino, il cielo azzurro e la MoleViene da pensare che questo sia davvero il Paradiso. Invece, è “soltanto” la Cavallerizza. Che fu Reale, mentre oggi «è Irreale come qualcosa di fantastico».

 

A cura di Remo Gilli e Grazia Tomassetti

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