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Origine dell’espressione “ Boja Fàuss ”

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Boia al patibolo
Boia al patibolo

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Boja Fàuss nè!

La ricchezza di dialetti in Italia, una situazione pressoché unica al mondo per numero e varietà rispetto alla vastità del territorio, fa si che ogni regione  possegga espressioni gergali che  la caratterizzano; modi di dire che viaggiano parallelamente alla lingua italiana e che spesso la integrano in modo del tutto naturale.

Alle orecchie di un torinese ad esempio, le parole “boja fàuss” suonano piuttosto comuni, sia messe in bocca ad una persona che in dialetto piemontese ancora si esprime quotidianamente, sia a chi di solito non ne fa uso. Ma dove nasce l’espressione?

Se da un lato questo modo di dire non si può considerare particolarmente forbito, dall’altro non è neanche troppo scurrile; non si tratta qualcosa di volgare o blasfemo, quanto piuttosto di un intercalare di accezione variabile a seconda del contesto e dell’intonazione. “Boja Fàuss” Letteralmente significa “Boia Falso” ma nel discorso può esprimere rabbia, malcontento, stupore o coinvolgimento, in maniera molto simile a espressioni meno piemontesi come “porca miseria” o “accidenti”.

Sulle origini del nostro “boja fàuss” ci sono due spiegazioni probabili e, visto che non si escludono a vicenda, è anche possibile che siano vere entrambe.

 

Il significato di “Boja Fàuss”

 

cappuccio da boia esposto al Old Melbourne Gaol
cappuccio da boia esposto al Old Melbourne Gaol

 

La prima teoria ci riporta nel periodo che precede il 1889, anno in cui l’allora ministro di grazia e giustizia Giuseppe Zanardelli abolisce la pena di morte nel Regno d’Italia. Seppure si trattava di un funzionario pubblico che svolgeva un compito regolamentato dalla legge, il Boja non era certo ben visto dalla gente; e come poteva essere altrimenti? Si guadagnava la paga uccidendo persone, criminali certo, ma pur sempre concittadini. Il popolo ovviamente lo temeva, e da questa paura scaturivano la scaramanzia e il disprezzo che portavano ad apostrofare il boia come falso.

D’altra parte sono diverse le espressioni che rimandano all’esecutore della pena capitale e a tutto quello che ci girava attorno:

  • Per indicare un luogo lontano, una lunga strada che non si vorrebbe fare, si dice che la destinazione si trova “an sla forca”, sulla forca appunto. Ai tempi quest’ultima era montata in quello che ancora conosciamo come il rondò della forca ed è oggi visibile nel museo di Lombroso.
  • Qualcuno che fa qualcosa controvoglia e in maniera sgarbata è una persona che “a smija ch’a daga la contenta al bòia”, cioè che sembra che stia dando la paga al boia.
  • Di un uomo che si trova in fin di vita si dice che “a l’ha pijà ‘l bròd d’ondes ore”, che deve prendere il brodo delle 11 che tradizionalmente veniva offerto ai condannati un’ora prima dell’esecuzione (che avveniva appunto a mezzogiorno).

Tutti detti di palese accezione negativa, retaggio di una pratica brutale e odiata.

 

Forca per impiccagione
Forca per impiccagione

 

La seconda teoria, più semplice e ironica, vuole che l’esclamazione nasca invece come un modo per non bestemmiare, soprattutto in un tempo in cui la blasfemia era considerata reato: per non ingiuriare Dio apostrofandolo come falso quindi, ce la si prende con il boia, una figura disprezzata e del cui vilipendio nessuno si rammarica.

Qualcosa quindi di molto simile a quello che facciamo tutt’oggi, quando in preda alla collera ci sfoghiamo contro un ipotetico ed indefinito “zio”, parente contro cui non abbiamo nulla e che niente ha a che fare con la sfortuna che ci ha colpito.

 

Daniele De Stefano

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