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Perché si dice “fare la figura del cioccolataio”?

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Alla scoperta del Ponte del Diavolo di Lanzo
Alla scoperta del Ponte del Diavolo di Lanzo

Capita spesso di sentire curiose espressioni nel linguaggio colloquiale di tutti i giorni, strani modi di dire dagli svariati significati che apparentemente hanno poco o nulla a che fare con quest’ultimi.

Li utilizziamo più o meno tutti, senza la premura di accertarci che il messaggio sia chiaro all’interlocutore, dandoli per scontati come qualunque parola della lingua italiana, perché come loro ormai ci appartengono; il più delle volte non ci chiediamo nemmeno perché una certa cosa si dica in un certo modo. Un esempio che ci riguarda da vicino è il detto “fare la figura del cioccolataio”.

Alla maggior parte degli abitanti delle zone del nord Italia, sentendo la similitudine, risulta subito chiaro che la persone a cui è riferito ha fatto una pessima figura, che si è reso oggetto di scherno e derisione: ma perché chi vende o produce cioccolato dovrebbe essere legato a qualcosa di così poco lusinghiero? Che cosa ha a che fare un prodotto tanto squisito, così tipico della nostra città, con una figuraccia miserabile?

 

Fare la figura del cioccolataio (in piemontese fè na figura da ciculatè)

Ci sono più versioni della storia ma quasi tutte vertono su 3 elementi principali:

  • Un ricco cioccolataio che ha fatto i soldi col gustoso prodotto, entrando così a fare parte della nuova borghesia
  • Una bella carrozza, talmente grande e lussuosa e con un tale numero di cavalli al traino da fare sfigurare quella di un nobile
  • Un reale di casa Savoia che viene umiliato nel confronto tra il suo mezzo di trasporto e quello del cioccolataio

Virgilio Alberti, storico e autore del libro “Voci e cose del vecchio Piemonte”, pubblicato a Torino quasi un secolo fa (precisamente nel 1917), ce la racconta così:

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“Si narra che da tempo a Torino un cioccolatiere andasse in giro per la città con una ricca carrozza tirata da  una quadriglia, mentre solitamente i borghesi ne usavano una trainata da due cavalli. Pare allora che, vedendolo, il Duca Carlo Felice (1765-1831) si sia risentito e lo abbia fatto chiamare, chiedendogli di non ostentare abitudini regali: il re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme non poteva permettersi di fare «na figura da cicôlatè».”

 

Alla scoperta del Ponte del Diavolo di Lanzo
Carlo Felice, il sovrano che fece la figura del cioccolataio

 

Un altro aneddoto abbastanza diffuso che spiega la bizzarra espressione ci porta a Genova nel 1829; questa volta il protagonista è un opulento cioccolatiere locale che si presenta all’inaugurazione del teatro Carlo Felice con un cocchio più sfarzoso di quello del re. Il fatto suscita l’ilarità del popolo, la storia passa di bocca in bocca ed il monarca viene schernito per aver fatto la figura del cioccolataio. Una variante della storia vuole addirittura che, al suo arrivo, il ricco genovese sia stato scambiato per il re.

Se invece non si volesse dar credito alla storia della carrozza, c’è anche un’altra ipotesi sulle origini del modo di dire in esame, forse meno bella e romanzesca ma plausibile.

Gli artigiani che preparavo la cioccolata calda, partendo dalle fave di cacao, facilmente erano sudici e malconci e quando servivano la bevanda ai nobili, che per primi ne sono stati i consumatori, di sicuro non facevano una gran figura. O meglio ancora… facevano la figura dei cioccolatai.

 

Daniele De Stefano

 

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