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È torinese il primo dizionario della lingua italiana

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Nicolò Tommaseo
Nicolò Tommaseo

È torinese il primo dizionario della lingua italiana

Se Dante è il padre della lingua italiana, e Manzoni colui che più di tutti l’ha vestita degli abiti odierni, il merito della stesura del primo dizionario della lingua italiana si deve a Nicolò Tommaseo.

La monumentale opera gli venne commissionata già nel 1835 dall’editore torinese Luigi Pomba, forse anche in ragione del successo ottenuto col suo dizionario dei sinonimi e dei contrari, uno scritto datato 1830 che fu un punto di riferimento in ambito linguistico per moltissimi anni e soggetto a svariate ristampe. Tuttavia bisognerà aspettare più di due decenni, affinché il suo secondo e più importante vocabolario venga definito nella sua struttura e istituzionalizzato da un contratto, che arriva nel 1856.

 

dizionario della lingua italiana
dizionario della lingua italiana

 

 

Un anno dopo prende il via la realizzazione vera e propria, nel periodo in cui il Tommaseo risiede a Torino, prima nella famosa casa Scambozzi di corso San Maurizio all’angolo con via Giulia di Barolo (meglio conosciuta dai locali come la “fetta di polenta”) e poi in via Garibaldi 22: due targhe sono poste su entrambi i palazzi a memoria del soggiorno dell’illustre letterato. Nel 1859 lo scrittore si trasferisce a Firenze dove continuerà la scrittura del dizionario fino alla sua morte, nel 1874; l’opera, a cui collaborò anche Bernardo Bellini, uscirà postuma e sarà conclusa da Giuseppe Meini.

 

Fetta di Polenta
Fetta di Polenta

 

Cristiano di fede, patriota di ideali e litigioso di carattere, Tommaseo visse una vita turbolenta. Nato a Sabenico (in Dalmazia) nel 1802 da genitori italiani, compì i suoi primi studi a Spalato prima di trasferirsi a Padova per frequentare la facoltà di legge dove si laureerà nel 1822. Da li a Milano, dal capoluogo lombardo a Firenze, fu  giornalista e saggista oltre che scrittore. Nel 1835 un suo articolo comparso su “l’Antologia”, non gradito al governo asburgico, costò la chiusura alla testata e spinse lui all’esilio volontario in Francia, dove rimase fino a quando nel ’39 un’amnistia gli consentì di tornare in Italia. Si stabilì a Venezia ma nel 1847 incorse nuovamente nelle ire dell’Austria e fu arrestato per essersi espresso in favore della libertà di stampa; in seguito venne liberato durante i moti del ’48, e partecipò attivamente alla vita politica della nuova repubblica fino al ritorno degli austriaci. Nuovamente in esilio, questa volta a Corfù, torna nel nostro paese nel 1854, prima a Torino e poi (dal ’59) a Firenze, dove trascorrerà il resto della sua vita.

Contrario ad un’Italia riunita sotto i Savoia, rifiutò i riconoscimenti letterari che gli vennero offerti dalla casa reale e addirittura una carica da senatore del regno.

 

Daniele De Stefano

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