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18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca

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18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca
18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca

Al rondò dla forca di Torino, alle undici e tre quarti del mattino del 18 aprile 1850, vengono impiccati tre condannati a morte: Giovanni Domenico Guercio, merciaio ambulante di 28 anni, che è un giovane elegante e di aspetto molto distinto, Michele Violino, fornaciaio di 29 anni e Lorenzo Magone, muratore di 30 anni. Operano tre esecutori di giustizia, Pietro Pantoni, Michele Savassa e Giorgio Porro, e alle dodici è tutto finito.

In precedenza, i tre condannati hanno avuto il conforto spirituale dei confratelli della Misericordia, in particolare di don Giuseppe Cafasso, si sono confessati e Guercio, dapprima il più restio, ha ricevuto anche la Cresima.

Giovanni Domenico Guercio, Michele Violino e Lorenzo Magone sono esponenti di spicco di una banda di malfattori, detta dei Vinattieri oppure banda Artusio, perché ne fanno parte i due giovani fratelli Artusio, Vincenzo e Giovanni, con il loro cugino Pietro, tutti di Vezza d’Alba, in quella parte della provincia di Cuneo oggi denominata Roero.

Con alcuni complici, derubano lungo le strade coloro che viaggiano – come usa in quel tempo, sul finire del regno di Carlo Alberto – in carrozze e in carretti, a cavallo e, spesso, a piedi. Derubano così mercanti e merciai ambulanti, carrettieri e sensali, con inutile violenza che colpisce spesso persone travagliate da una faticosa quotidianità.

Questi banditi di strada agiscono in varie zone del Piemonte, in concomitanza con fiere e mercati di vari paesi, quando molte persone si spostano viaggiando di notte e spesso con un gruzzoletto in tasca.

Tra le varie spedizioni, si nascondono, senza destare sospetti nella polizia, in Torino, capitale di un regno ancora paternalistico e sonnolento, dove i primi fermenti delle nuove idee, che nel 1848 sconvolgeranno l’intera Europa, non coinvolgono le classi popolari.

18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca
18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca

I componenti della banda Artusio, dopo avere esordito nel settembre del 1845, proseguono nell’anno successivo, con frequenti incursioni nel Pinerolese: il 20 giugno del 1846, alla sera, sulla strada fra Pinerolo e Luserna, oltre ad alcune modeste vittime, derubano la signora Malan e sua figlia di molti gioielli e di posate di argento. Si sono aggregati alla banda alcuni giovani malfattori locali: Giovanni Millefoglio, detto Barbetto e Michele Camusso detto Pimpinella di Pinerolo e Luigi Trombotto di Frossasco.

Millefoglio, senza che i complici se ne accorgano, si prende il bel bottino costituito da gioielli e posate della signora Malan, che vale tremila lire, e poi lo rivende per pochi soldi a un fabbro pinerolese, Michele Remondino.

Non sono certo ladri gentiluomini, nemmeno fra di loro!

Il contadino Gabriele Beltramino, aggredito il 28 giugno 1846 presso Pinerolo, si difende e viene crivellano di ferite mortali.

Gaspare Cantù, mercante di bestiame, viene ucciso il 16 settembre 1846, vicino a Vigone.

La maggior parte dei componenti della banda Artusio è arrestata nell’ottobre del 1846 a Torino. Negano, ma Pietro Artusio si offre di aiutare la giustizia, per ottenere lo sconto di pena previsto, per i delinquenti che confessano e collaborano con i giudici per accusare i loro complici, dalla normativa di tutti gli stati italiani preunitari, e di molti altri stati europei.

18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca
18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca

Grazie alle rivelazioni di Pietro Artusio, i capi di accusa ammontano così a 90 per 134 aggressioni e 4 omicidi, i due prima ricordati e poi le uccisioni del mercante ambulante Saul Diena, avvenuta il 2 dicembre 1845 presso Monteu Roero, e di Vittoria Appendino, prima derubata e violentata da Vincenzo Artusio, presso Revigliasco, il 27 giugno 1846.

Il processo inizia a Torino in Corte di Appello il 3 dicembre 1849 e si prolunga fino al febbraio 1850; alcuni imputati sono morti in carcere e sul banco degli accusati siedono 17 giovanotti che un giornale ribattezza i “diecisette assassini”.

Sono Pietro, Vincenzo e Giovanni Artusio, Giovanni Domenico Guercio detto Medichin, Michele Violino, Lorenzo Magone, Luigi Vezza, Maurizio Spinelli: lo “zoccolo duro” della banda. I complici occasionali sono Michele Vico, Pietro Parini, Pietro Scannavino, Marco Cravero, Giorgio Conterno, Francesco Carena, Giacomo Dogliani. Infine sono coinvolti, senza aver partecipato alle aggressioni, Michele Remondino e Giovanni Venturino.

Dopo 36 udienze, il colossale processo, che ha attirato un foltissimo pubblico, si conclude con tre condanne a morte e molte ai lavori forzati. Solo Maurizio Spinelli è assolto.

18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca
18 aprile 1850: impiccagione di tre componenti della banda Artusio al rondò dla forca

Dopo la lettura della sentenza, il 22 febbraio 1850, i condannati si scagliano verso Pietro Artusio per punirlo delle sue rivelazioni, grazie alle quali è stato condannato soltanto a cinque anni di carcere, poi tentano la fuga. Vi è un violento tafferuglio, sedato soltanto dopo che un carabiniere uccide con un colpo di pistola il recalcitrante Vincenzo Artusio.

Il calco in gesso della sua testa è ancora custodito nel Museo di Anatomia dell’Università di Torino.

La sentenza della Corte d’Appello, con una sottile alchimia tra antica e nuova legislazione, andata in vigore dopo il 1848, concede a Pietro Artusio una fortissima riduzione della pena: meriterebbe i lavori forzati a vita ma la Corte ha deciso di considerare parzialmente valido il precedente decreto di impunità.

La vicenda di questa associazione di brutali banditi di strada, fin dal luglio 1850 è messa in scena in uno spettacolo teatrale, “Gli assassini della banda Artusio”, rappresentato tra il successo di pubblico e i rimproveri moraleggianti di vari giornali politici.

La banda Artusio è ricordata da Vittorio Bersezio nel suo romanzo “sociale” “La Plebe” (Torino, 1869) dove il “Medichin” Giovanni Domenico Guercio rivive nel personaggio di Gian-Luigi Quercia, il quale conduce una doppia vita: nei bassifondi è il temuto e onnipotente capo di una vasta e tentacolare congrega di malfattori mentre, come dottor Quercia, elegante e seducente, si muove nella buona società aristocratica torinese.

Questo genio del male fa strage di cuori di dame, di donnine allegre, di popolane. Mette incinta una giovane ebrea che si suicida, preparando così la sua fine. Gian-Luigi Quercia è infatti condannato a morte per le vendicative delazioni del padre dell’ebrea suicida ma, grazie ad un provvidenziale veleno, evita l’onta della forca.

Così Bersezio “rivisita” la vicenda della banda Artusio.

Anche nel romanzo popolare in piemontese “La Còca dël Gamber” di Luigi Pietracqua (Torino, 1891) si trovano alcuni particolari di questo caso: è descritta una banda di assassini, uno dei quali è detto “Dotorin”, che ricorda il “Medichin”.

G.T.

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