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15 aprile 1857: Herman Melville (l’autore di Moby Dick) scopre Torino

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15 aprile 1857: Herman Melville (l'autore di Moby Dick) scopre Torino

Vuoi per un motivo, vuoi per un altro, qualsiasi persona si trovi a passare per Torino ne rimane colpita.

Tantissime le personalità illustri che nei secoli hanno calpestato le nostre vie e sostato nelle nostre piazze. Da Napoleone a Stendhal, da Nietzsche a Dumas, passando per i vari Gogol, Goldoni e Dostoevskij. Tutti, o quasi, ne rimasero affascinati, chi per la sua eleganza, chi per il decoro dei suoi abitanti, chi per la sua schematicità o i suoi colori, caratterizzanti in ogni stagione.

Esattamente in questo periodo, proprio nella prima metà dell’aprile del 1857, un’altra personalità letteraria dallo spessore indiscutibile soggiornò, anche se solo per pochi giorni, nel nostro amato capoluogo.

Nato a New York nel 1819 Herman Melville, l’autore in questione, intraprese nel 1856 un viaggio nel vecchio continente dove incontrò il console americano Hawthorne, con il quale si recò in Palestina.

Di ritorno dal Medio Oriente l’autore di Moby Dick, classico letterario di rara bellezza, valutò come irrinunciabile un tour nel Belpaese.

Melville sbarcò a Messina il 13 febbraio del 1857 e, partendo dalla Sicilia, risalì l’intero Stivale toccando le più belle mete artistiche di cui l’Italia è ricca come pochi altri paesi al mondo. Napoli, Roma, Firenze, Pisa, Bologna, Venezia, Milano, Genova e, dulcis in fundo, Torino.

15 aprile 1857: Herman Melville (l'autore di Moby Dick) scopre Torino

Sono in realtà poche le righe che lo scrittore americano dedica alla nostra città, ma da queste si intuisce quanto Torino allora come oggi riassumesse princìpi mai traditi. Melville rimase colpito dalla “grottesca” mescolanza degli stili architettonici del complesso antico.

Trovò assolutamente singolare il colpo d’occhio che si poteva ottenere una da piazza Castello “osservando all’ingiù la vista di via di Grossa fino al Monte Rosa e alle sue nevi”.

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I numerosi caffè, apprezzati dall’autore per la loro bellezza ed eleganza, frequentati da uomini e donne di modesta condizione intenti a consumare le loro “frugali” colazioni.

Fu nel notare il decoro del medio lavoratore torinese che sorse spontaneo, nell’immaginazione di Hermann Melville, il parallelismo con i connazionali della stessa levatura sociale. L’autore riconobbe, senza ombra di dubbio, ai sabaudi una straordinaria sobrietà e riservatezza, inimmaginabili negli Stati Uniti.

Sicuramente ciò che il nostro capoluogo ebbe da offrirgli fu una serenità d’animo che qualsiasi visitatore, come Melville, più o meno sensibile potrà facilmente cogliere nelle soleggiate giornate primaverili durante una passeggiata lungo via Po. Il passo fino a piazza Vittorio ed alla collina che si apre a portata di mano con tutto il suo verde attraverso i portici è breve, ma non sarebbe completo il godimento senza assaggiare, come l’esimio scrittore fece, il cioccolato per cui Torino è finemente famosa nel mondo.

Citando ancora una volta Melville: “Torino è più regolare di Philadelphia. Edifici tutti dello stesso taglio, colore e altezza. La città sembra costruita da un solo imprenditore e pagata da un solo capitalista”.

Del resto sono questi i princìpi a cui un torinese medio non farebbe mai a meno, affidando all’architettura il ruolo di metafora: la schematicità torinese, delle sue vie parallele e dei suoi palazzi, uno stile architettonico uniforme, preciso e dogmatico che sappia tuttavia valorizzare le straordinarie bellezze che la nostra Torino nasconde.

Esattamente come i suoi cittadini, che se appaiono silenziosi e riservati è solo perchè non vogliono disturbare, non perchè non abbiano nulla da raccontare. Anzi…

A cura di Paolo Spano

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