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The Guardian torna a parlare di Torino. Sotto la lente i rifugiati del Villaggio Olimpico.

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The Guardian torna a parlare di Torino. Sotto la lente i rifugiati del Villaggio Olimpico.
The Guardian torna a parlare di Torino. Sotto la lente i rifugiati del Villaggio Olimpico.

Nei giorni scorsi il quotidiano britannico The Guardian si è occupato nuovamente di Torino, non più per decantare la sua accoglienza ma per l’occupazione, da parte dei rifugiati, del Villaggio Olimpico e dell’ex-Moi, che da tempo fa discutere in casa nostra e a quanto pare anche oltremanica.

Dopo aver dato una idea delle luogo che nel 2006 ospitò i giochi Invernali, il giornalista vira direttamente sulle diverse problematiche -Oggi è il più grande spazio abitativo occupato che Torino abbia mai visto. […] più di mille tra rifugiati e migranti, da Libia e Somalia in particolare, costretti in sole quattro palazzine. […] su di un muro appare in turchese la scritta “l’umanità non è in vendita”, poco più in là un’altra incarna le reazioni dei condomini “non c’è paese troppo distante se c’è un amico a fianco”- e si preoccupa di dare la parola a chi nel Villaggio Olimpico ci vive, è il caso del 25enne Adamo, originario del Mali. Con un po’ d’ironia, forse, ammette che la sua nuova casa è in un certo senso famosa, per la questione dell’occupazione, s’intende. Lui con la bicicletta ha girato le fattorie di tutta Italia, dalla Puglia al Piemonte. Ora aspetta un nuovo lavoro, ma precisa -se non avessi una casa qui [al Villaggio Olimpico] ora sarei sotto i ponti, in mezzo alla strada-.

"L'umanità non è in vendita" [fonte ex.moi.wordpress.com]
“L’umanità non è in vendita” [fonte ex.moi.wordpress.com]

-È diventata [l’occupazione] il simbolo della protesta di migranti e rifugiati a Torino. Qui ci sono migliaia di persone per le strade e la prima preoccupazione deve proprio essere quella di dare loro una casa, è un loro diritto. Il punto chiave dell’occupazione è far arrivare alle orecchie di chi governa, che queste persone non sono sole, che hanno diritti, e che questi diritti vanno riconquistati- questa volta è l’attivista 29enne Nicolò Vasile a parlare che al Guardian rivela come tra i mille e più abitanti che occupano il Villaggio Olimpico, ci sia una mescolanza di provenienze tali da rappresentare almeno trenta paesi africani. Gran parte di loro era già migrante in Africa, lavorava in Libia e proveniva chissà da dove, e che  l’avvento della guerra civile ha costretto a fuggire nuovamente: prima meta l’Italia e i suoi centri di accoglienza, fino al 2013 quando il programma di emergenza per il nord Africa è stato interrotto chiudendo molte strutture e lasciando alla berlina altrettanti profughi.

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L’inchiesta prosegue rimarcando quelli che per Torino sono stati momenti emblematici; il risollevarsi dopo la seconda guerra mondiale con l’industria diventando la città dell’auto, la Detroit italiana, la città della Fiat, e come nell’80 l’economia legata all’auto sia andata in crisi portando alla chiusura dell’indotto strettamente legato ad essa. Tocca poi alle Olimpiadi del 2006 che volevano dare a Torino una nuova veste di città post-industriale assieme a tutte le nuove strutture affiorate poco prima dell’evento mondiale o di lì a poco, ma la brutta sorpresa, anche se di sorpresa non si tratta, è stato l’abbandono di tutto ciò che per le olimpiadi era stato fatto. Il Villaggio Olimpico di via Giordano Bruno, la riqualificazione del Moi, e le strutture sciistiche nelle diverse località di montagna oramai fatiscenti.

I protagonisti della storia raccontata dai colleghi del Guardian diventano Teresa, un’attivista di 57 anni del Comitato Solidarietà, Elarco, un profugo libanese che assieme ad altri ragazzi dell’Ex-Moi ha fondato il gruppo Re-Fugees: Southern Turin Crew che fa ballare Torino sulle note del Reggae, infine il senegalese Malick, altro condomino di uno degli uffici disabitati all’interno dell’Ex-Moi, che elenca le condizioni in cui riversano gli spazi e le aspettative di chi è costretto ad abitarci – I servizi sono rotti, le strutture in genere hanno diversi problemi – continua Malick- senza lavoro è difficile [andare avanti], alcuni sono depressi. Ciò di cui abbiamo bisogno è lavorare-.

Ciò che più colpisce nell’articolo, forse anche più delle testimonianze, è uno stralcio del discorso che, Sergio Chiamparino, attuale presidente della Regione Piemonte, ed ex sindaco di Torino ai tempi dei giochi olimpici del 2006, ha detto qualche mese addietro durante una conferenza al Centro Congressi Industriali di Torino, cui il Guardian si è preoccupato di riproporre -Abbiamo fatto degli errori, si, nel senso che avevamo previsto che una parte degli spazi sarebbe stata venduta per riprenderci un po’ dei soldi che avevamo bisogno per pagare i debiti accumulati. Poi nel 2008 tutto si è fermato-.

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Con una stoccata il giornalista sottolinea come il presidente abbia parlato di tutto, tranne delle mille persone che abitano le strutture che, vuoi la crisi, sono rimaste invendute.

@Damiano Grilli

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