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La strage di Balocco (Vercelli): un grave errore giudiziario riparato dopo otto anni

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Nell’Italia dell’Impero coloniale proclamato il 9 maggio 1936, persistono ancora aree di “Italietta contadina”, con strade non asfaltate, polverose o fangose a seconda delle stagioni, e con vetusti casolari isolati nella campagna, dove si può trovare un po’ di ristoro e, talvolta, sono anche alloggiati alcuni servizi pubblici come la Posta. Ne è un esempio, nella campagna del Vercellese, la isolata e poco popolata località Crocicchio di Balocco, all’incrocio delle strade Vercelli-Biella e Santhià-Arona, dove i fratelli Cesone, Rosalia di 45 anni e Carlo di 47, gestiscono la locale osteria, la tabaccheria e l’ufficio postale.

La mattina del 13 marzo 1937, i fratelli Cesone sono ritrovati massacrati a scopo di rapina con un’arma contundente, che ha provocato in entrambi la frattura della scatola cranica. Ingente il bottino, indicato intorno alle lire 10.000.

È un delitto dell’Italietta contadina.

Lo evidenzia, involontariamente, “Stampa Sera” di sabato 13 marzo 1937 che annuncia la strage di Balocco con un titoletto su una sola colonna («Ricevitrice postale di Balocco e un suo fratello uccisi dai ladri») in una pagina dove occupano spazio ben maggiore le notizie di gangster che hanno svaligiato, in pieno giorno, una banca presso New York e delle tragedie nella Russia sovietica.

I carabinieri e la questura pensano a un personaggio locale e lo trovano nel casaro Mario Poledro, di 38 anni, residente a Crocicchio di Balocco, frazione che è condivisa anche con i comuni di Formigliana e di Carisio.

Le indagini così ricostruiscono il massacro dei due Cesone: Mario Poledro, loro amico, nella notte tra il 12 e il 13 marzo 1937, sarebbe rimasto nella loro osteria dopo la chiusura, con la scusa di farsi dare una bottiglia di vino della qualità migliore, conservata in cantina. Mentre Carlo Cesone si era allontanato per prendere la bottiglia, Poledro avrebbe abbattuto Rosalia fracassandole la testa con un colpo di scalpello.

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Quando il fratello era tornato, lo avrebbe ucciso nello stesso modo, per poi rubare gioielli e soldi trovati nel locale.

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Secondo gli inquirenti, Poledro aveva bisogno di soldi: doveva pagare ben 1.000 lire di latte che il contadino Luigi Carlino gli forniva per la produzione di formaggio del suo caseificio.

Poledro aveva saldato questo suo debito il giorno dopo il massacro.

Secondo Luigi Carlino, al momento di pagare, Poledro avrebbe detto sottovoce: «Per avere questi soldi ho dovuto ammazzare i due Cesone».

A Poledro sono anche ritrovate alcune monete d’oro rubate ai Cesone.

Poledro non confessa e si proclama innocente, anche nel corso del processo, che si svolge, dal 30 maggio al 3 giugno 1938, alla Corte d’Assise di Novara.

L’accusa si basa su due fatti: il possesso delle monete e la compromettente dichiarazione fatta al contadino Luigi Carlino, che testimonia alla prima udienza.

I patroni di Parte Civile e il Pubblico Ministero non hanno dubbi e considerano Poledro colpevole: ne chiedono la condanna a morte.

Dopo cinque lunghe giornate di udienza, con sentenza del 3 giugno 1938 la Corte d’Assise di Novara accoglie queste richieste e condanna Poledro alla pena di morte come responsabile di: a) duplice omicidio aggravato dei fratelli Carlo e Rosalia Cesone; b) rapina.

«Il condannato si è abbattuto nella gabbia piangendo e protestando la sua innocenza», scrive “La Stampa”, il 4 giugno 1938.

Questa condanna viene confermata dalla Corte di Cassazione, il 18 novembre dello stesso anno, dopo un ampio dibattito sollevato dal processo indiziario.

I difensori e i familiari chiedono la Grazia Sovrana al Re e Imperatore Vittorio Emanuele III.

Sul finire di dicembre del 1938, la pena di morte è commutata in ergastolo e il provvedimento di clemenza viene comunicato a Poledro, recluso a Portolongone.

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La Grazia Sovrana evita la fucilazione di Poledro, anche se ne conferma la condanna, e viene accolta favorevolmente dall’opinione pubblica, secondo quanto scrive il giornale “Il Popolo d’Italia” del 4 gennaio 1939: «[Poledro] si era sempre proclamato innocente e non pochi dubbi sussistevano sulla sua colpevolezza. La notizia è stata appresa dalla popolazione con senso di viva pietà».

I difensori di Poledro continuano a prodigarsi per i loro assistito e raccolgono elementi che mettono in dubbio l’attendibilità dei testi di accusa. Le autorità iniziano così nuove indagini che si concludono col rinvio a giudizio di Luigi Carlino, principale accusatore di Poledro, e di altre due persone, tutti accusati di falsa testimonianza aggravata.

Il 5 agosto 1944 la Corte di Assise di Novara riconosce la colpevolezza di Luigi Carlino e lo condanna all’ergastolo, pena poi confermata dalla Cassazione.

A seguito di questa sentenza, i difensori di Poledro presentano domanda di revisione in Cassazione, al tempo trasferita a Brescia.

La Cassazione, con sentenza dell’8 marzo 1945, annulla la condanna di Poledro, lo assolve per non avere commesso i fatti e ne ordina l’immediata scarcerazione dal carcere di Alessandria.

Dopo otto anni, col riconoscimento dell’innocenza di Mario Poledro, si è riparato ad un grave errore giudiziario.

Ma su Mario Poledro si accanisce un tragico destino.

Appena uscito dalla devastante vicenda processuale, già pochi giorni dopo il rientro a Balocco, pare aver destato il malevolo interesse dei locali partigiani. Viene fermato a Buronzo e poi rilasciato, il 17 marzo del 1945. Nella notte dell’11 maggio un gruppo di armati vorrebbe portarlo via su un’automobile e desiste soltanto perché il mezzo va in panne. Poledro chiede allora spiegazioni al comando partigiano di Vercelli, dove viene rassicurato che non ci sono sospetti nei suoi confronti.

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Nella notte del 28 maggio, Mario Poledro viene prelevato dalla sua casa da tre partigiani. Scompare e il suo corpo non verrà mai più ritrovato.

I responsabili delle due incursioni del maggio 1945 vengono, almeno in parte, individuati e processati nel 1948, a piede libero, per violenza privata e sequestro aggravato di persona. Sono assolti per amnistia e per insufficienza di prove.

 

G.T.

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