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Gabriele D’Annunzio sul palco del teatro Regio

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Gabriele D'Annunzio
Gabriele D'Annunzio

Correva il giorno 25 Gennaio del 1901, quando al teatro Regio si esibiva un oratore di eccezione: a declamare i versi de “La canzone di Garibaldi” sul maggior palcoscenico torinese era niente meno che lo stesso autore, Gabriele D’Annunzio.

Vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, fu giornalista, politico e soprattutto grande letterato, tanto da guadagnarsi già tra i suoi contemporanei il soprannome di “vate”. Ad essere degna di nota però non è soltanto la produzione scritta di D’Annunzio, che può essere a buon diritto considerato uno dei primi “divi” in Italia nel senso moderno del termine. Egli fu sempre attento a fare della propria esistenza un’opera d’arte, icona di una vita inimitabile, assecondando i canoni e il gusto estetico del decadentismo.

 

la canzone di Garibaldi
la canzone di Garibaldi

 

Tra rapporti amorosi con donne che finiva puntualmente per tradire, la facilità nel contrarre debiti che gli consentissero di mantenere il suo dispendioso tenore di vita, una sensibilità ed un’intelligenza non comune ed un carisma innato, D’Annunzio stesso era sempre attento ad alimentare quel chiacchiericcio intorno alla sua figura che contribuisce a farne il dandy italiano.

Figura rilevante anche dal punto di vista politico, il vate allo scoppio della prima guerra mondiale si fa promotore di un’accesa propaganda interventista ed arriva a partecipare egli stesso ad alcune azioni belliche. Sua è la definizione di “vittoria mutilata” in merito agli scarsi compensi territoriali ottenuti dall’Italia alla fine del conflitto.

Questo malcontento lo condurrà nel 1919 all’impresa di Fiume, in cui guidando alcuni reparti ribelli dell’esercito regio occupa l’omonima città, contesa tra il regno d’Italia e quello Jugoslavo; sedici mesi di alterne vicende ed il rifiuto di sottostare a quanto pattuito nel trattato di Rapallo porteranno Giolitti ed il governo italiano a sgomberare Fiume con la forza.

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Vittoriale degli italiani
Vittoriale degli italiani

 

Deluso da questi ultimi eventi, D’annunzio si ritira in una villa sul lago di Garda che ancora oggi conosciamo come il Vittoriale degli italiani, dove abiterà e lavorerà sino alla morte, nel 1938.

Il suo rapporto con il fascismo è complesso: nonostante la sua figura venga idolatrata dai vertici del partito, egli rifiuterà sempre una piena adesione a quest’ultimo, in parte per non rinunciare alla propria autonomia ed in pare per una diffidenza di base nei confronti di Mussolini e del suo regime dittatoriale.

 

Daniele De Stefano

 

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