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L’omicidio del pied-à-terre di via Artisti – Torino, 23 luglio 1946

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L’omicidio del pied-à-terre di via Artisti – Torino, 23 luglio 1946
L’omicidio del pied-à-terre di via Artisti – Torino, 23 luglio 1946

Questa storia si svolge nella Torino difficile dell’immediato dopoguerra, evocata dalla poesia “Me grand Turin” di Giovanni Arpino, dedicata al Grande Torino.

Il ragioniere Gino Romano Pavanato è trovato ucciso il mattino del 24 luglio 1946, nel suo alloggio al piano terreno di via Artisti n. 1: giace nel suo letto, colpito da numerose martellate vibrate con decisione e ferocia.

L’arma del delitto, accuratamente ripulita, è ritrovata soltanto dopo alcuni giorni, nascosta nell’alloggio, piccolo ed arredato con eleganza, che i giornali dell’epoca indicano spesso come “pied-à-terre”.

Sono stati rubati un orologio d’oro da polso, un anello d’oro con diamante ed alcuni biglietti da mille.

L’omicidio di Romano Pavanato presenta inquietanti analogie con l’uccisione del ragioniere Guido Gambaro che risale a circa un anno prima e precisamente al 31 luglio 1945.

Il ragioniere Guido Gambaro era un impiegato benestante del Genio Civile, che abitava a Torino in un alloggio di corso Vittorio Emanuele II n. 37.

È stato trovato cadavere nella sua camera da letto verso le 11,30 del 1° agosto 1945 dalla donna di servizio che si recava da lui per i lavori casalinghi.

Gambaro giaceva nudo nel letto, avvolto in un lenzuolo insanguinato. È stato strangolato con lo stesso lenzuolo che lo avvolgeva e, inoltre, un colpo tremendo, vibrato verosimilmente con un martello, gli ha spaccato la fronte. Dall’appartamento, che appariva in ordine, erano spariti il denaro e i gioielli che Gambaro teneva sottochiave in un armadio.

Gambaro e Pavanato, vittime del martello omicida, erano entrambi dediti a lucrosi ma iniqui commerci di «borsa nera».

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Nell’Italia in guerra, per rifornire in modo adeguato l’esercito, bisognava ridurre allo stretto indispensabile i consumi della popolazione ed era stata introdotta la tessera annonaria, personale, che definiva le quantità generi alimentari, e non, razionati (pane, riso, pasta, zucchero, latte, carne, tabacco, sapone, benzina…) che potevano essere acquistati in un certo periodo di tempo.

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Con questo sistema, soprattutto nelle città, si era spesso verificato l’accaparramento dei prodotti di prima necessità che produttori e commercianti vendevano illegalmente, ad un prezzo superiore a quello ufficiale, nel mercato clandestino chiamato «borsa nera», che le autorità – malgrado contravvenzioni e arresti di commercianti – non riuscivano a reprimere.

Le persone senza scrupoli che praticavano la «borsa nera» si arricchivano mentre impiegati, operai e lavoratori a reddito fisso, costretti a ricorrere a loro per sopravvivere, subivano una progressiva diminuzione del potere d’acquisto.

Il commercio di «borsa nera» continuava anche dopo la fine della guerra.

Gambaro e Pavanato, inoltre, sono omosessuali, «invertiti» come li chiamano i giornali del tempo. Questo comportamento all’epoca desta un atteggiamento di disprezzo e di repulsione in larghi strati della popolazione.

L’omicidio del pied-à-terre di via Artisti – Torino, 23 luglio 1946

È idea condivisa che i facili e veloci guadagni della «borsa nera» rappresentino un cattivo esempio per i giovani come pure che gli «invertiti», col miraggio del guadagno e del cibo facile, possano attirare e traviare occasionali partner.

Così, nella Torino affamata, dove i generi alimentari di prima necessità scarseggiano ed hanno prezzi proibitivi, le due vittime non ottengono la

simpatia popolare e neppure quella dei cronisti: i giudizi negativi nei loro confronti sono molto numerosi e vengono espressi con un linguaggio forte, oggi impensabile.

Nel caso di Gambaro, gli assassini sono probabilmente tre giovani che la portinaia ha incontrato nell’androne della casa durante la notte del 31 luglio 1945 e con i quali ha scambiato qualche parola.

Questi giovani, che verosimilmente avevano appena commesso l’omicidio, non verranno mai identificati, malgrado una ripresa delle indagini nel 1950, sulla base di una lettera anonima.

L’uccisore di Pavanato, invece, viene presto catturato.

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Le indagini sono svolte dai funzionari della Squadra Mobile torinese Carone, Fiumanò, Prestijacopo e Maugeri, principalmente nell’ambiente degli omosessuali. Uno di questi, Angelo Perino, racconta di essere stato ricattato da due giovani, uno dei quali in divisa militare, che dapprima hanno mostrato di acconsentire alle sue proposte, lo hanno accompagnato fino in corso Moncalieri dove gli hanno preso 1.700 lire con la minaccia di denunciarlo e di sollevare così un grave scandalo.

L’omicidio del pied-à-terre di via Artisti – Torino, 23 luglio 1946

Sulla base di questa indicazione, il 26 luglio, viene arrestato Pasquale Lucisano, un giovane di San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria) che sta prestando il servizio militare a Torino.

Lucisano inizialmente nega. Ha appreso dell’esistenza delle impronte digitali dal racconto poliziesco di una rivista enigmistica che teneva sotto il cuscino della sua branda in caserma e così ha ripulito il manico del martello: «Soffiatevi pure su la polverina americana: troverete che sono innocente» ha detto al dottor Fiumanò.

La Corte d’Assise di Torino, il 28 febbraio 1948, ritiene Lucisano responsabile di omicidio a scopo di rapina con l’aggravante della crudeltà, e lo condanna a trent’anni di reclusione, con le attenuanti generiche.

La Corte di Cassazione annulla parzialmente questa sentenza e rinvia la causa per un processo di revisione alla Corte d’Assise di Alessandria, dove, il 26 maggio 1950, è esclusa l’aggravante della crudeltà e la pena ridotta a ventisei anni, di cui tre condonati.

 

G.T.

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