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Da sosta a sosta, il Toro non vince più

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Da sosta a sosta, il Toro non vince più
Da sosta a sosta, il Toro non vince più

Da sosta a sosta. Dall’inopinato ko di Carpi prima dello stop per la Nazionale alla sconfitta di ieri contro l’Inter capolista, sempre alla vigilia della sospensione azzurra. In mezzo un pareggio interno contro il Milan, una brutta sconfitta in casa della Lazio e i suicidi nel recupero contro il Genoa e nel derby. Traduzione: due punti in sei partite.

In queste sei partite hai visto, quasi incredulo, ciò che è stato costruito da un mercato, sulla carta, ottimo e da un avvio di campionato scintillante che si sgretolava, col sottile retrogusto del rimpianto, partendo dal poter essere in vetta per una notte in caso di vittoria contro il Carpi (che, al momento, continua ad avere solo lo scalpo granata attaccato alla cintura), al poter affrontare il derby a più cinque sulla Juventus (ora davanti di tre), fino al fischio finale di Irrati che ha sancito come la retromarcia interminabile del Toro sia arrivata alla parte destra della classifica.

Cause ce ne sono tante. Alcune sono fatti inoppugnabili, come i tanti, troppi infortuni. Da Maksimovic ad Avelar, da Obi a Gazzi, è stato tutto un fiorire di emergenze e di denti che si stringono per essere in campo a coprire chi non c’è, con conseguente calo di qualità della squadra, che comunque ha continuato a dimostrare di avere scelta nei vari reparti.

Da sosta a sosta, il Toro non vince più

Altre cause rientrano nell’ambito dei “se” e dei “ma”. Per esempio, l’ormai storico “a portieri invertiti, avremmo vinto noi”. Dati alla mano è vero: ogni tiro nello specchio è, nella stragrande maggioranza dei casi, una rete. Padelli ha responsabilità in parecchie di queste circostanze e, quando non ce l’ha, non riesce comunque a sfoderare il miracolo che un portiere di serie A dovrebbe avere nelle sue corde e quando lo sfodera (il puro istinto su Marchisio al 90’ allo Juventus Stadium) un secondo dopo prende comunque gol.

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Oggi la cosa è stata palese quando Quagliarella e Belotti si sono trovati a un passo da Handanovic: se uno dei due avesse segnato, nessuno avrebbe potuto dire niente al portiere nerazzurro. Ma non ha esultato nessuno dei due, perché l’ex estremo difensore dell’Udinese ha fatto proprio quel qualcosa in più che, probabilmente, non sarebbe successo a porte invertite.

Ci sarebbe la sfortuna. Perché continuare a vedere evaporare punti in maniera beffarda, con avversari che, seppur più titolati, ti puniscono al primo errore con l’unico tiro in porta della gara (Kondogbia sfugge a Molinaro sugli sviluppi di un piazzato e decide il match), mentre tu passi tutta la ripresa nella metà campo avversaria, è una riedizione del detto “piove sul bagnato”.

Da sosta a sosta, il Toro non vince più

Però poi pensi che se ti trovi sempre dalla parte sbagliata dei “se” e dei “ma”, non puoi continuare a derubricare tutto come semplice sfortuna, andiamo avanti e pensiamo alla prossima. Magari, sommessamente, puoi anche pensare che ci sia qualche altra cosa, che, senza offendere nessuno, se non vuoi chiamare cattolicamente colpa, puoi definire responsabilità. L’attacco, per esempio. Quagliarella, dopo un ottimo inizio, ha messo in fila un mese di prestazioni tremende. Ti fidi di Belotti, ne conosci il potenziale, ma per adesso è un generoso o poco più e quello che guadagna in recuperi, lo perde in lucidità. Col solo Maxi Lopez a fare sportellate, diventa dura.

Manca anche una reazione di nervi degna di questo nome. Il Toro sa sempre risalire col gioco e con la testa, ma a volte non basta e bisogna cambiare passo, marcia, umore. Invece questa manca, manca la furia disperata, quella che ti fa commuovere e a volte raddrizza le partite storte. Non c’è, così come non c’è qualche sana incazzatura nei post-gara, dove quando le cose vanno male riprendono le litanie che credevi sopite sulla crescita, sull’abuso del concetto di giocar bene (due-tre occasioni a partita sono il minimo sindacale per una buona squadra di serie A), sui giocatori che devono migliorare per arrivare a determinati

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obiettivi e quegli obiettivi hanno spesso una maglia diversa da quella che ami. Il drammatizzare troppo è giustamente da evitare, soprattutto nella Torino granata, ma non bisogna neanche continuare a fare spallucce e sorrisi di circostanza.

Dopo la sosta arriva l’Atalanta. “Il nostro campionato inizia da Bergamo” non è e non deve essere una frase di circostanza. Non vuoi arrenderti all’idea di un Toro che sprofonda nel magmatico centroclassifica con determinati giocatori in organico (tra qui, occorre dirlo, è in salita Benassi, anche ieri molto positivo e vicino alla rete con una traversa clamorosa), con quello che ha fatto vedere all’inizio, ci credi ancora che dal brutto sogno di questa mini-crisi ci si possa svegliare. Però serve che Ventura e i suoi ragazzi dimostrino di aver capito la lezione e ricomincino a macinare punti di qualità: è il solo modo per far sì che una sconfitta amara contro un’Inter tanto in alto, ma, sul campo, poco distante come valore dalle maglie granata, non sia qualcosa per cui smoccolare e mangiarsi le mani fino ai gomiti, ma il propellente per ripartire.

Ancora una volta ci vuoi credere, ancora una volta ci vuoi sperare ed è l’unica cosa che può traghettarti attraverso due lunghissime settimane senza Toro.

 

Francesco Bugnone

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