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Delitto di via Porta Palatina: la storia

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Torino Il delitto di via Porta Palatina
Torino Il delitto di via Porta Palatina

Questa è la storia di Pietro Galeazzo, uno dei condannati a morte per crimini comuni, giustiziati in epoca fascista mediante fucilazione, secondo il Codice Penale del ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco (1930) che prevede la pena di morte per i delitti che comportano la morte di più persone, oppure per omicidi aggravati: parricidio, crudeltà, al fine di eseguire oppure di occultare altro reato e violenza carnale. Vediamo la storia del delitto di via Porta Palatina.

La vicenda passionale del delitto di via Porta Palatina

La storia di Pietro Galeazzo, meccanico nato a Padova e di 25 anni, inizia a Torino, nella seconda metà del mese di ottobre 1934, nello stabile fatiscente di via Porta Palatina n. 12 dove vive con la famiglia, formata dalla moglie Rosina Saccomandi, di 25 anni, sposata nel 1929, da cui ha avuto tre figli: due bambine di 2 e di 4 anni, al momento a Gallarate dalla nonna materna, e il piccolo Bruno, di soli 40 giorni.

Galeazzo, dopo il 15 ottobre, racconta che sua moglie è scomparsa da casa, senza lasciare traccia, portando con sé il figlio Bruno. Insiste che la moglie si è allontanata volontariamente e che lui ha fatto denuncia, inutilmente, alle guardie municipali e al commissariato di polizia. “La Stampa”, venerdì 19 ottobre 1934, lancia un appello per avere notizie.

Torino Il delitto di via Porta Palatina

La portinaia della casa di via Porta Palatina n. 12 non esita ad accusare Galeazzo di avere ucciso moglie e figlio. Spiega di essere in amicizia con l’infelice Rosina, che Galeazzo ha ben presto iniziato a maltrattare dopo il matrimonio: pochi giorni prima della sua scomparsa, Rosina le ha accennato a una sua prossima fine.

Queste voci vengono raccolte dalla polizia che arresta Galeazzo. Vengono perquisite le cantine dove, secondo la portinaia, poteva essere stato nascosto il cadavere di Rosina, in un profondo pozzo asciutto in disuso, situato nella cantina del meccanico.

Qui i pompieri scoprono i cadaveri della moglie di Galeazzo e del figlio Bruno.

Galeazzo confessa di aver ucciso la moglie, ma parla di un delitto non premeditato: racconta che ha litigato con Rosina perché il figlio Bruno piangeva, lei gli ha scaraventato addosso il piccolino che è caduto a terra ed è morto. Allora Galeazzo, esasperato, ha dato un pugno alla moglie su una tempia, uccidendola all’istante. Poi si è caricato in spalla la donna e il piccino, li ha portati in cantina e li ha gettati nel pozzo.

Qual è il movente di questo massacro?

Torino Il delitto di via Porta Palatina

Galeazzo si è innamorato di una giovane, Anna Bressan, residente a Sant’Antonino di Susa, e l’ha messa incinta, illudendola di essere scapolo e di poterla sposare. Quando Anna ha saputo del precedente matrimonio, sono iniziate liti, accuse e recriminazioni. Galeazzo ha ucciso la moglie per poter sposare la sua amante. Nel 1934 non si parla di convivenza, si vive assieme soltanto dopo un regolare matrimonio. Questo è il sentire comune della gente, che spiega il movente omicida di Galeazzo.

Il processo a Galeazzo inizia il 18 dicembre 1935 alla Corte d’Assise di Torino.

Il presidente della Corte ha ordinato che l’abitazione di Galeazzo venga conservata intatta, perché utile ai fini di giustizia: la casa fa parte dell’isolato (compreso tra le vie Porta Palatina, XX Settembre, IV Marzo, della Basilica) che deve essere demolito per costruire il nuovo Palazzo dalla Provincia.

Gli avvocati difensori di Galeazzo chiedono invano al presidente della Corte una perizia psichiatrica. Galeazzo persiste nella sua versione del delitto commesso in casa in un attacco d’ira ma è smentito dall’autopsia.

Torino Il delitto di via Porta Palatina
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La sera del 15 ottobre 1934 Galeazzo ha indotto la moglie, con un pretesto, a scendere in cantina, l’ha stordita con un pugno e l’ha gettata nel pozzo mentre era ancora viva, visto che è morta per asfissia da annegamento. Ha ucciso il figlio Bruno fracassandogli il cranio, poi lo ha rinchiuso in un sacchetto e lo ha gettato nel pozzo.

Il 23 dicembre 1935 Galeazzo è condannato a morte.

Gli avvocati difensori ricorrono in Cassazione ma questa, il 20 aprile 1936, conferma la sentenza di morte. La stessa sera è presentata, invano, la domanda di grazia sovrana. Il 1° maggio 1936, Galeazzo viene fucilato alla vecchia Polveriera di Stura di Torino.

Dopo la demolizione dell’isolato della casa del duplice delitto, il Palazzo della Provincia non verrà costruito. Su quest’area, dopo la guerra, sorgerà il c.d. Palazzaccio.

G.T.

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