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Cottolengo: storia di un santo e di un ospedale aperto a tutti

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Correva l’ anno 1786 e, in quel di Bra, nasceva da una famiglia di mercanti Giuseppe Agostino Benedetto Cottolengo, futuro santo e fondatore di uno dei più antichi ospedali della città.

Il Santo ebbe una vita difficile in quanto seguì il proprio percorso seminariale durante l’ occupazione francese del Piemonte e questo rese molto più complicato portare a conclusione la scelta che egli aveva intrapreso.

Nel 1816, finita l’ invasione francese, Cottolengo portò a termine i propri studi laureandosi con lo lode presso l’ università degli studi di Torino.

E proprio nella nostra città portò a conclusione il suo capolavoro più grande, pensato dopo un singolare avvenimento: il 2 Settembre del 1827 il Sacerdote fu chiamato al capezzale di una donna incinta al sesto mese di gravidanza e affetta da tubercolosi.

Cottolengo: storia di un santo, un ospedale e una donna

Giovanna Maria Gonnet, questo il nome della donna, era stata portata dal marito in vari ospedali del Piemonte ma in ognuno di essi fu rifiutata in quanto sarebbe stata una fonte di contagio per le altre pazienti.

Lasciata morire in una stalla abbandonata a se stessa, suscito a Cottolengo un profondo sdegno e questo lo portò a fondare, un anno dopo, una casa accoglienza (il Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini) per tutti i tipi di malati, nessuno escluso, nel centro di Torino.

Nel 1831, però, un’ epidemia di colera spinse il governo ad ordinare la chiusura della casa di accoglienza, ma il Santo non si diede per vinto e riaprì, nel 1832, nel quartiere Borgo Dora “la Piccola Casa della Divina Provvidenza”, ancora oggi presente e meglio conosciuta da tutti come “Cottolengo”.

Alla morte del fondatore,  avvenuta nel 1842, la Casa di accoglienza contava 1300 ricoverati (non solo disabili ma anche orfani, malati, dementi) suddivisi in famiglie, a capo di ogni famiglia veniva messo un sacerdote che aveva come missione quella di coadiuvare i lavori dei propri assistiti; e così accadeva che la “famiglia degli invalidi” potesse partecipare anche’ essa alla vita della “piccola città” costruendo manufatti o tessendo vestiti.

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La casa accoglienza attraversò momenti di difficoltà economica ma, attraverso le rendite, i lasciti dei fedeli e  l’ aiuto della città riuscì a superare questi momenti difficili e addirittura a formare una scuola di infermieri professionali.

Ad oggi il “Cottolengo” assiste le persone più bisognose non solo a Torino, ma anche in altre 35 sedi in Italia e 15 nel mondo: possiamo trovare un distaccamento della casa di accoglienza negli Stati Uniti, in Kenya, in India, in Ecuador e in Svizzera.

Il grande sogno di  Giuseppe Benedetto Cottolengo continua a crescere e a regalare agli ultimi un’ assistenza ma, soprattutto, una speranza.

 

Alessandro Rigitano

 

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