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Serie A 2015/2016: Toro, non avere paura di essere felice

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Serie A 2015/2016: Toro, non avere paura di essere felice
Serie A 2015/2016: Toro, non avere paura di essere felice

Per un tifoso, non c’è nulla di più brutto delle domeniche estive, quando si avvicinano le quindici e il senso di vuoto straniante dato dall’assenza dei ritmi del campionato, sebbene spezzatino, a scandire la giornata, diventa un rumore assordante.

Figuriamoci quest’anno, senza nemmeno Mondiali ed Europei di mezzo: un lungo niente inframezzato da qualche “dose” di calciomercato e vecchie repliche di partite. Poi qualcosa si inizia a muovere: le varie supercoppe, i primi turni di Coppa Italia, l’inizio dei campionati esteri e, finalmente, arriva questo weekend, con la serie A che ricomincia.

Torna la massima serie e torna anche il Toro. Che Toro?

Sulla carta è un bel Toro, costruito, ma lo diciamo sottovoce, tramite il miglior mercato dell’era Cairo.

Il sacrificio di Darmian, andato a fare innamorare di sé anche l’Old Trafford (non proprio il campetto dell’oratorio Madonna dei Poveri), non è stato indolore, però, a differenza dello scorso anno con la chicca sulla sirena della cessione di Cerci bilanciata drammaticamente dall’innesto di Amauri, il movimento in entrata è stato finalmente all’altezza.

Serie A 2015/2016: Toro, non avere paura di essere felice

Darmian non aveva nemmeno il piede sull’aereo che c’erano i soldi in mano per andare a prendere Zappacosta e Baselli: il terzino rivelazione dello scorso campionato e uno dei miglior prospetti italiani in mezzo al campo, con parecchie grandi interessate.

E, al tempo stesso, i due ragazzi non ci hanno messo molto a dire di sì: in altre circostanze avrebbero tentennato, aspettato, traccheggiato e, alla fine, non avrebbero firmato.

Stavolta la storia è stata diversa: fosse che la campagna europea ha aiutato il granata a recuperare appeal anche nei cuori dei freddi calciatori 2.0? Fosse che il Toro sta diventando un posto dove si va a giocare volentieri?

Quesiti che lasciano disorientati, abituati a campagne acquisti incomplete (e non basta andare tanto indietro nel tempo: lo scorso mercato di riparazione sarebbe bastato un centrocampista in più, senza svenarsi, per riacchiappare l’Europa, ma non è arrivato).

Quesiti che ci fanno andare coi piedi di piombo, con la paura di uno scherzetto dell’ultimo momento, come le cessioni di Maksimovic o di Bruno Peres, che invece sembrerebbero restare al loro posto, permettendo di guardare con ottimismo a una squadra costruita bene e per tempo (Avelar, Acquah, Obi, su cui permane qualche dubbio di natura fisica, il riscatto, si spera in tutti i sensi di Benassi) e che ha permesso a Ventura di avere l’ossatura su cui innestare l’ultimo colpo, l’elemento offensivo che mancava e che è potuto arrivare con calma e nella maniera migliore: Andrea Belotti, centravanti dell’under 21, la cui faccia felice giunto alla Sisport diceva tutto.

Da domenica la parola passa al campo, l’unica cosa che conta, dove il “sulla carta” non vale più e sono importanti solo i tacchetti.

Serie A 2015/2016: Toro, non avere paura di essere felice

L’entusiasmo attorno a questo nuovo Toro, pur non palesandosi in maniera clamorosa ai botteghini, è palpabile, ma più si avvicina il momento della verità, più arriva anche qualcos’altro. Il timore che sia troppo bello per essere vero, che dopo un’estate in cui, chi più chi meno, ha sognato un po’ con una squadra costruita con criterio e qualche bel guizzo, ci si debba svegliare.

In parole povere quella sottile, insopportabile paura di essere felici che spesso ci attanaglia e contro cui è difficile combattere, perché per molto tempo la felicità non è stata il nostro habitat, quasi rassegnati alla sofferenza e alla mediocrità di un ventennio che ci costringeva a voltarci indietro per inalare profumo di gioia.

Sarebbe bello abituarci a essere felici, invece, sia perché il Toro e la sua gente lo meritano, sia perché i momenti in cui lo si è davvero nella vita non sono poi molti.

Non bisogna avere paura di essere felici, perché a essere tristi ci si mette un secondo e lo ha dimostrato questa settimana la notizia della morte di don Aldo Rabino. Da martedì siamo tutti un pochino più soli e la grandezza e il valore di don Aldo sono testimoniati, oltre dalle sue opere, da tante cose piccole e grandi: i ricordi commossi dei vecchi capitani, le splendide parole di un granata dentro come Ezio Rossi su Facebook,

gli occhi umidi dei tifosi, le testimonianze di chi indossava una maglia diversa, ma l’ha conosciuto e ne è rimasto rapito. Non si lascia un segno simile negli altri, se non si è delle splendide persone.

E allora, con le lacrime che scendono ancora un po’, questo Toro non deve avere paura di essere felice, così come non deve averla la sua gente, anche perché, comunque sia, sta per rivedere undici maglie granata lottare sul campo per trentotto partite. Non è già questo un motivo per sorridere?

Francesco Bugnone

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