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BentornAtA! Pms da impazzire: Torino in serie A 22 anni dopo

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BentornAtA! Pms da impazzire: Torino in serie A 22 anni dopo
BentornAtA! Pms da impazzire: Torino in serie A 22 anni dopo

“Retrocedere per differenza canestri fa un po’ disperare”

Questa la frase con cui Alessandro Abbio, sorridendo amaramente, commentava l’inutile vittoria contro la Scavolini Pesaro nell’ultimo impegno della stagione 1992/’93. L’ultima di A1 dell’Auxilium Torino.

Iniziava lì la discesa agli inferi: la clamorosa sconfitta contro Fabriano nei playout l’anno successivo, l’autoretrocessione in B1 nel 1994-’95, la discesa nelle serie inferiori, la scomparsa del marchio dal parquet. Anni di grande basket, di giocatori immensi, di partite fantastiche polverizzati.

Poi, in una città indifferente, che ha già visto morire la grande pallavolo senza batter ciglio e sembra fare lo stesso col basket, inizia a muoversi qualcosa, o meglio qualcuno. L’Associazione Cuore Gialloblù, per esempio, che si spende senza soste per far tornare la pallacanestro torinese dove compete.

I Rude Boys che seguono ovunque Torino, anche quando Torino vuol dire andare nelle palestre più sperdute per urlare il nome della propria città.

Mentre qualcuno si muove, finalmente, qualcosa cambia: arriva la Pms di Paolo Terzolo, con un progetto serio, col ritorno al Ruffini, con la voglia di scalare categorie.

I pochissimi, ma buoni iniziano a diventare pochi, ma buoni e, piano piano, a crescere, crescere, crescere, mentre squadra e società mantiene quanto promesso e il gialloblù non è più il ricordo di quando c’erano Morandotti o Dawkins, ma qualcosa che può tornare a far sognare per davveri.

 

Entra in società anche Antonio Forni, arriva Pillastrini, si vola in Legadue e, il primo anno, con Mancinelli e Amoroso si sfiora la promozione che solo gli ultimi minuti da incubo nella semifinale contro Trento hanno negato. Ma il basket a Torino è tornato. Sono tornate le domeniche in cui, dopo lo stadio, si andava al palazzetto o si infilavano le cuffiette per seguire radiofonicamente la squadra in trasferta. Esattamente come quando frequentavo le medie: allora era la mamma a disperarsi dello status di “zombie” assunto nel giorno del Signore, ora è la moglie, però lo spirito è lo stesso.

Si riparte e capita di tutto. L’addio del general manager Trovato e di coach Pillastrini, sostituiti rispettivamente da Pasquali e Bechi. Le partite spostate per i motivi più astrusi (su tutti nientepopodimeno che mondiale di disco dance). Il blackout contro Brescia in quella che avrebbe dovuto essere la prima in casa. L’infortunio di Mancinelli.

Avversarie in difficoltà economiche che si ritirano a campionato in corso o schierano roster al completo o rimaneggiati a seconda delle giornate e degli stipendi pagati.

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La brusca rottura con Amoroso. Le frizioni societarie concluse con l’addio di Terzolo.

Il mal di trasferta con partite perse in maniera rocambolesca (la pozzanghera che fa scivolare Rosselli a Napoli) o umiliante (la figuraccia di Trieste, nadir dell’annata). Una stagione così storta che parlare di serie A1, nonostante il valore dei giocatori, pare una bestemmia.

Ma a un certo punto, si comincia a sussurrare, per autoconsolazione prima e per reale convinzione poi, che è una stagione così assurda che ce la si potrebbe anche fare. Anche perché, quando sono arrivati gli alti (l’andata con Brescia o il derby di ritorno contro Biella, per esempio), Torino è stata veramente tanta roba.

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La svolta, probabilmente, arriva a Barcellona Pozzo di Gotto, dove i gialloblù vincono, dopo tre supplementari, una gara epica, con tutti i lunghi progressivamente fuori per falli e Lewis e Giachetti mostruosi ai liberi. Gara epica come la telecronaca di Domenico Marchese, la Voce Pms in trasferta in questi anni, che riesce nella mission impossible di coniugare l’essere simpatizzante con l’essere tremendamente obiettivo e corretto.

Si vince anche a Casale, blindando il terzo posto, poi arrivano, finalmente, i playoff. Con un Mancio tornato a pieni giri e una squadra convinta di propri mezzi, Ferentino viene liquidata per 3-0 e la Manital è la prima squadra ad approdare alle semifinali, dove affronterà Brescia .

La Leonessa (seconda classificata) ha il vantaggio del fattore campo, la bolgia del Pala San Filippo, in cui si giocheranno le prime due partite e l’eventuale bella. Gara 1 è uno psicodramma: Torino torna “pazza” e si fa rimontare venti punti di vantaggio con un finale che fa rivedere le streghe trentine. Gara 2, però, è un’altra storia: la Pms riscappa, i tifosi non sono tranquilli neanche con ampio margine, ma la squadra tiene, eccome se tiene e porta in parità la serie, con due partite al Ruffini per chiuderla.

La prima è una vittoria semplice, la seconda è maledettamente complicata: negli ultimi secondi Brescia è a più due, Giachetti, come spesso nella stagione, è di ghiaccio nei liberi, Fernandez sbaglia il tiro della vittoria sulla sirena e, ai supplementari, Capitan Rosselli decide di caricarsi tutti sulle spalle e regalare la finale.

La bomba dell’empolese che, di fatto, spacca le gambe a Brescia è uno dei momenti più alti della stagione.

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In finale arriva Agrigento: neopromossa e qualificatasi come ottava, la squadra di Ciani ha giocato dei playoff clamorosi, giocando un basket fortemente organizzato e quasi impossibile da contrastare.

Il risultato sta negli scalpi raccolti: dopo Treviso, tocca alla strafavorita Verona, primissima in regular season, e a Casale, che vede sfumare il sogno di una finale tutta piemontese. Il vantaggio del fattore campo è torinese: gara 1 è gialloblù, grazie a un ultimo quarto fiammeggiante dopo tre periodi abbastanza equilibrati. Col Ruffini in tripudio, qualcuno dice “pensa a come potrebbe essere gara 5”, ma quando sei in vantaggio 1-0 gara 5 non è una bella eventualità.

Di lì a due giorni diventerà un sogno. Un sogno, perché gara 2 è un incubo. Ciani indovina tutte le mosse, Torino resta aggrappata ad Agrigento per tre quarti, ma nell’ultimo crolla inopinatamente e dovrà andare a riprendersi la serie in Sicilia. E se gara 2 è un incubo, gara 3 lo è ancora di più: altra batosta, de profundis vicinissimo, iniziano le polemiche, forse qualcuno festeggia un po’ troppo, altri danno già per fatta la promozione della favola Agrigento.

La favola Agrigento, la Cenerentola, la squadra che ispira simpatia contro la corazzata Torino. Sì, ma siamo proprio sicuri che la favola non sia Torino?

Lo scrive a chiare lettere sulla sua pagina Facebook proprio Cuore Gialloblù, che con “La Pallacanestro a Torino ieri, oggi e domani: dall’Auxilium alla Pms”, rimane una delle voci più attive sui social. La frase è chiara: se si parla di favola allora quale favola è più lunga e passionale della nostra, con un lavoro lungo 22 anni per tornare a casa?

La rassegnazione del venerdì sera inizia a trasformarsi lentamente in qualcosa di diverso la domenica mattina. Bechi parla di playoff come di un incontro di boxe: vince chi resta in piedi. La squadra non si fa intimidire dall’ambiente ostile, né da percentuali da tre irreali, ma picchia duro, ingabbia il folletto Piazza, stringe i denti, risale, allunga nel terzo quarto e all’inizio dell’ultimo periodo.

Poi un paio di fischi discutibili e un po’ di paura rimettono in partita Agrigento, ma in un finale da psicodramma, ancora una volta magistralmente raccontato dalla voce di Marchese, Torino stringe i denti, vince di due e i giocatori possono buttarsi in mezzo ad abbracciare e a farsi abbracciare da chi li ha seguiti in trasferta, in una delle scene più commoventi dell’anno.

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E alla fine arriva ieri sera.

Un PalaRuffini totalmente esaurito. La paura di perdere che viene soffocata dall’estrema voglia di vincere. Agrigento prova a sparigliare le carte, andando 6-1 con due bombe di Dudzinski e continuando a fare il “suo” gioco, ma Torino ha fame, è uno squalo che sente l’odore del sangue e morde. Morde Fantoni che ritrova energie insospettabili e torna quello fantastico della regular season.

Morde Mancinelli, con un paio di stoppate che fan capire che bisogna girare al largo e le solite lezioni di post basso. Morde Giachetti, con la mano più morbida che mai. Morde Miller, con una serie di

bombe e un alley oop assistito da Lewis che fa venire giù il palazzetto nel finale. Mordono tutti e tutti, come spesso accaduto, portano il loro mattoncino: da capitan Rosselli alla bandiera Lollo Gergati, autore di una tripla nel momento più importante. La squadra è perfetta e allunga prima con moderazione, poi con sempre più convinzione, scavando un solco irrecuperabile fra sé e gli avversari, i cui encomiabili tentativi di rientrare in partita, finiscono sempre con l’essere frustrati al momento buono. Torino chiude coi liberi di Kenneth Viglianisi, un amuleto (ovunque va è promozione) e quando arriva la sirena, e il punteggio è di 90 a 73,

Torino è rimasta in piedi, Torino ha vinto e il pubblico in delirio può finalmente urlare A, A come Torino, A come Auxilium, che, stasera, dovrebbe tornare il nome con cui i gialloblù affronteranno il prossimo campionato della massima serie. Campionato in cui l’ex colonna torinese Meo Sacchetti, proprio contemporaneamente alla gioia del Ruffini, ha portato Sassari alla sua prima finale scudetto, dimostrando che è stata proprio una serata magica, in cui tutto combaciava in maniera superba.

BentornAtA Torino.

Francesco Bugnone  (foto dal sito http://www.pmstorino.com/)

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