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Anche a Firenze, il Toro non finisce mai

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Anche a Firenze, il Toro non finisce mai
Anche a Firenze, il Toro non finisce mai

Se si dovesse descrivere il Toro quando, in molte fasi della sua lunghissima storia, è riuscito a difendersi da forza avverse, il miglior aggettivo sarebbe “irriducibile”.

Come il villaggio gallico di Asterix che resiste ai romani di Giulio Cesare, per capirci, col cuore granata come pozione magica.

E’ stato irriducibile in molti modi diversi e non paragonabili fra loro, con l’apice del Tremendismo anni ’70. Riesce a esserlo anche nel calcio di oggi, dove per certi valori non sembra più esserci spazio e, cambiando i tempi, lo è in modo differente da prima. L’irriducibilità, in questo caso, si manifesta con l’impegno mostruoso, l’abnegazione, la testa dura e la voglia di rimanere sempre attaccati alla partita.

Dove, negli anni ’90, c’erano le scivolate di Annoni e la furia di Policano, oggi c’è un Darmian che, col Bilbao, fa alzare i decibel di uno stadio appena affronta la sua fascia o un Maxi Lopez che aspettava i granata per ritornare giocatore (e che giocatore). Aspetti diversi, modi diversi,

 

Tori diversi, ma sempre Tori e così la striscia positiva sale a undici partite, anche se la vera metamorfosi degli uomini di Ventura parte dal match di Cesena, col gol del Galina come spartiacque stagionale.

Anche a Firenze, il Toro non finisce mai

Da quel momento i granata hanno deciso di non finire mai, nemmeno quando la partita sembra persa, ribaltando l’immagine di macchina da gol subiti all’ultimo secondo che si era creata lo scorso anno, a prescindere dal fatto di avere due fenomeni davanti.

Ieri era iniziata male: un mani in area non sanzionato di Moretti, l’ennesima ingenuità di Benassi pagata col rigore (che Padelli para a Babacar), un fallo di Vives su Ilicic da “quasi ultimo uomo” che non diventa penalty per questione di centimetri.

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Il fatto di non aver pagato dazio nei primi 10’ è stata la spinta per far ritornare in sella il Toro, che fa rifiatare Glik ritrovando un Jansson versione diesel ed esaltando la vena di Maksimovic, patisce l’assenza di Gazzi in mezzo con Vives che, da centrale, lascia qualche spazio di troppo, ma è sempre pronto a rispondere colpo su colpo appena la Fiorentina gli lascia uno spazio e le occasioni, alla fine, saranno parecchie, un paio clamorose con Maxi Lopez e Martinez nella ripresa.

Anche a Firenze, il Toro non finisce mai
Anche a Firenze, il Toro non finisce mai

 

Di fatto i viola mantengono il predominio territoriale, creano mischie e tante mezze occasioni, ma l’unico tiro davvero pulito nello specchio lo fanno all’85’ con Salah che approfitta dell’unica dormita difensiva granata dal 10’, duetta con Gilardino e trova un Padelli non irreprensibile.

Il Toro, però, non vuole perdere: Molinaro chiude un’altra partita ad arare la fascia con un traversone radente, Amauri, subentrato a un Farnerud poco in condizione per l’assalto finale, fa un velo intelligente, Maxi Lopez esalta Tatarusanu e Vives, proprio lui, spostato nel più consono ruolo di mezzala dopo l’ingresso di Gazzi, trova uno spiraglio non facile e la prosecuzione dell’imbattibilità per i suoi.

Il piccolo rimpianto di Maxi Lopez, a fine gara, per non aver vinto è un ulteriore segnale positivo del fatto che, a seconda dell’avversario, la squadra cerca sempre il modo più consono per provare a vincere, rendendo lontanissimo il ricordo degli scialbi zero a zero di Empoli e Chievo, che ora sembrano semplicemente l’amaro calice da dover assaggiare per arrivare fin qui.

“Qui” giovedì diventa Bilbao. Missione difficile, ma non impossibile, per un Toro che ha ancora desiderio di stupire e di dimostrare che, anche in Europa, non vuole finire mai.

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Francesco Bugnone

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