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6 febbraio 1958-6 febbraio 2015: in memoria dei Busby Babes

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C’è un aereo. C’è la neve. C’è un gruppo di ragazzi. Non è un gruppo di ragazzi qualunque. Sono i Busby Babes, i ragazzi di Matt Busby, non solo un allenatore, ma quasi un padre per loro. Immaginate un gruppo di calciatori insieme dalle giovanili, che rifiuta offerte di altre squadre per amore della maglia indossata. E’ il sogno nel cassetto di ogni tifoso, al di là delle parole di facciata sul calcio moderno. Anche perché quei ragazzi non sono soltanto attaccati ai loro colori, ma li coprono di trionfi. Già, perché i Busby Babes hanno già regalato due campionati al Manchester United (’55-’56 e ’56-’57) e ora vogliono il bersaglio più grosso possibile: la Coppa dei Campioni.

C’è un aereo. C’è la neve. C’è un giornalista. Non è un giornalista qualunque. E’ Frank Swift. Prima di diventare corrispondente per il News Of the World, è stato il gigantesco portiere e capitano della nazionale inglese. Quella nazionale che sconfisse 4-0 l’Italia a Torino. Un’Italia il cui capitano era Valentino Mazzola, simbolo del Grande Torino che regalava gambe e tacchetti anche all’azzurro, prima finire la sua splendida corsa a causa di un altro aereo, anche se non c’era la neve, ma la pioggia. Una foto li immortala mentre parlano insieme all’ingresso in campo, senza sapere la maniera incredibilmente tragica con cui il destino li accomunerà ancora a distanza di anni. Ma su quell’aereo Frank non sta pensando a quello, forse lui, colonna del Manchester City, sta accettando l’idea che i Red Devils possono mettere le mani sulla coppa dalle grandi orecchie.

C’è un aereo. C’è la neve. C’è una donna. Non è una donna qualunque, è la moglie di un diplomatico jugoslavo. Si chiama Vera Lukic. Con lei viaggia la figlia Vesna. Con lei viaggia anche qualcun altro, ma non ha pagato il biglietto, perché si trova nella sua pancia e si chiamerà Zoran e non sa ancora che si chiamerà così grazie alla parata più bella ddi un portiere eroe.

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Quel 6 febbraio 1958, il “darkest day”, il giorno più oscuro della storia dello United, un aereo lascia Belgrado dopo che i Busby Babes hanno pareggiato 3-3 con la Stella Rossa, garantendosi l’accesso alle semifinali e diventando l’ostacolo principale per il Real Madrid nella corsa al titolo. L’aereo non volerà direttamente in Inghilterra, ma dovrà fermarsi a Monaco di Baviera. Una sosta programmata per il rifornimento. “Sosta programmata” suona rassicurante, come quando tutto sembra seguire un programma, una routine rispettata per metterci al sicuro.

Invece quella sosta programmata sarà ciò che farà deviare lo spartito in modo drammatico. L’aereo fatica a decollare. Un tentativo, due tentativi: niente. Surriscaldamento del motore sinistro. Terzo tentativo, si prova ad accelerare più tardi, ma occorre percorrere un tratto di pista dove si è fermata la neve. L’aereo prende velocità, ma non abbastanza per volare al meglio: colpisce una casa, fortunatamente vuota, cade su un fianco, prende fuoco. Sono le 15.04.

Lasciano la vita sette giocatori, tre membri dello staff, otto giornalisti, quattro tra componenti dell’equipaggio e altri passeggeri. Qualcuno riesce a salvarsi come Matt Busby, come Bobby Charlton, come Harry Gregg. Soprattutto Harry Gregg, il numero uno dei Diavoli Rossi, colui che generalmente salvava la

propria porta e che quel giorno, invece, salva vite. Per esmpio quella di Vera Lukic, quella di Vesna e quella del piccolo Zoran, una vita che è già vita pur non essendolo ancora. Lui e Harry potranno stringersi la mano tanti anni dopo.

Il dramma che colpisce una città intera ha un’appendice tremenda: Duncan Edwards, centrocampista dai mille polmoni e fra i giocatori più forti in assoluto di quella squadra, ha gravi ferite, ma resiste. Non importa che tu sia tifoso dello United o del City, tutta Manchester, ancora in lacrime, tifa per lui (lo si capisce dal libro di Colin Schindler, sfegatato citizen, che ne “La mia vita rovinata dal Manchester United” tratta con devastante commozione lo spirito di quei giorni terribili), ma, dopo due settimane, deve arrendersi, diventando l’ottava vittima dei Busty Babes e dilaniando ancora una volta il cuore della città, rosso o blu che fosse.

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La vita va avanti, ma le ferite rimangono. Si è più sopravvissuti che vivi, con un maledetto, insensato, ma comprensibile senso di colpa che tormento chi è rimasto in piedi. L’unico modo per convivere con il ricordo è onorarlo. Quando nel 1968 lo United batte 4-1 il Benfica a Wembley grazie alla doppietta di Charlton e alle reti di Best e Kidd, vincendo la prima Coppa dei Campioni, il pensiero di Matt Busby, rimasto a lottare in panchina, è andato ai suoi ragazzi, quasi a chiudere un cerchio. La seconda Champions del Manchester Utd arriverà , più di trentuno anni dopo, proprio il giorno del compleanno di Busby, purtroppo scomparso da cinque anni: Bobby Charlton entrerà in campo a festeggiare coi suoi eredi l’incredibile rimonta nel recupero sul Bayern. Guardandolo negli occhi, è facile capire a chi stesse pensando.

Vittime del disastro aereo di Monaco di Baviera (fonte Wikipedia): Giocatori Manchester United Geoff Bent Roger Byrne Eddie Colman Duncan Edwards (sopravvissuto allo schianto, morì 15 giorni dopo in ospedale) Mark Jones David Pegg Tommy Taylor Liam ‘Billy’ Whelan

Staff Manchester United Walter Crickmer – Segretario del Club Bert Whalley – Chief Coach Tom Curry – Preparatore

Giornalisti Alf Clarke – Manchester Evening Chronicle Don Davies – Manchester Guardian George Follows – Daily Herald Tom Jackson – Manchester Evening News Archie Ledbrooke – Daily Mirror Henry Rose – Daily Express Eric Thompson – Daily Mail Frank Swift – News of the World (oltre che preparatore dei portieri dell’Inghilterra e del Manchester City)

Membri dell’equipaggio ed altri passeggeri

Capitano Kenneth “Ken” Rayment – Copilota inglese (sopravvissuto allo schianto, morì 3 settimane dopo a causa di un trauma cerebrale e per le numerose ferite) Tom Cable – steward Bela Miklos – agente di viaggi Willie Satinoff – tifoso amico personale Matt Busby

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Francesco Bugnone

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