Home Cronaca di Torino Porta Susa, la cattedrale nel deserto

Porta Susa, la cattedrale nel deserto

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Bella, bellissima. Vista da fuori l’ avveniristica nuova stazione torinese (premiata come migliore nell’ambito europeo del 2013) si presenta come un complesso di vetro, degno della migliore progettazione per gli impianti moderni di questo tipo.

All’ interno lo stupore continua, c’è l’ interconnessione con la metropolitana, taxi e bus, qui arrivano i treni veloci, qui fermano tutte le linea dell’ sfm (il servizio di treni metropolitani che fa somigliare Torino alle grandi capitali europee), qui si trovano servizi igienici puliti e gratuiti (sembra scontato ma non lo è, a Porta Nuova si paga 0.80 per usufruirne), qui abbiamo un sistema di raffreddamento dell’ aria afosa delle estati torinesi attraverso acqua che viene spruzzata dalle canaline anticendio, risparmiando energia rispetto ai classici condizionatori, qui si collega Torino a molte destinazione europee tra cui Parigi e Lione, qui, nelle zone limitrofe, si è creato un polo di servizi: grattacielo Intesa-Sanpaolo, sede Rai, sede Agenzia dell’ entrate, sede Provincia.

Tutto sembra perfetto, ma c’è un ma… anzi diversi ma.

La stazione è molto grande e futuristica e… vuota: i negozi stentano ad essere occupati: si trovano solamente uffici delle ferrovie (pubbliche e non), una grande multinazionale che presenta 3 punti di ristoro (piccoli), un tabaccaio (in uno di questi locali), un’ edicola e gli uffici della polfer. Punto. Stop.

Non si trovano tracce di una banca (ma nemmeno di un atm), non si trova un centro informativo per turisti, nessun punto di vendita delle grandi marche di abbigliamento e neanche gli uffici della Gtt sono presenti.

Appare strano che in un edificio in cui transitano migliaia di persone giornalmente non si possa trovare traccia di alcuna attività commerciale, ma anche le infrastrutture danno segno di qualche difetto di progettazione.

Chi arriva con la metropolitana, e deve servirsi dei binari che vanno dal 2 al 6, è costretto a salire per poi riscendere, e una volta arrivato sulla banchina, diventa difficoltoso assestarsi nel luogo in cui il treno fermerà.

Il luogo di sosta infatti è parecchio lungo, il macchinista non ha una linea di assestamento e quindi ha libero arbitrio sullo spazio di frenata (e di conseguenza si dilata lo spazio di salita dei passeggeri che resta al quanto variabile).

Ma non basta. La stazione è stata inaugurata parecchie volte (3), ma non è ancora finita: sebbene svolga tutte le sue funzioni la parte che sfocerebbe su corso Vittorio Emanuele II è chiusa…per lavori. Le uscite che danno su corso Inghilterra sono off-limits (causa sistemazione del boulevard, ma questo problema dovrebbe essere in via di risoluzione dato che il comune aprirà a breve il bando per completare l’ opera di sistemazione superficiale), il parcheggio sotto la stazione latita, e non si conosce la data di apertura, le scale mobili sono spesso in manutenzione (problema condiviso col metrò di Torino) come del resto gli ascensori.

Insomma ci troviamo davanti ad un progetto lungo, curato, utile, ma incompleto.

Qui troviamo un caso lontano dalle polemiche che attanagliano i lavori pubblici in Italia, qui “la cosa pubblica” ha lavorato bene, e sarebbe un peccato che qui, dove sono stati investiti 50 milioni di euro, proprio qui, rimangano solo 50 milioni di rimpianti.

Alessandro Rigitano

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