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Toro, in Europa è un’altra cosa

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Toro, che bella serata!

La testa fra le mani per “quel” gol a una manciata di secondi dal fischio finale di Orsato. L’amaro in bocca che fa più male della febbre, sabato sera dopo il Palermo. In classifica, la folla davanti e la compagnia sempre più esigua dietro, con le fiamme infernali alle spalle che, crepitando, formano un sinistro richiamo che fa rimbombare la seconda lettera dell’alfabeto. Poi arriva l’Europa. E, per una sera, tutto passa. Il Torino approda ai sedicesimi di finale di Europa League. Sogno inconfessato d’estate, probabile realtà dopo il sorteggio dei gironi, splendida certezza ieri sera. I granata del giovedì hanno sempre convinto, esclusa la sciagurata notte di Helsinki, ma si sa, se non ci facessimo riconoscere in qualche modo non saremmo noi (e comunque l’ormai proverbiale tocco taumaturgico ha reso i finlandesi belli tosti nelle rimanente due partite). Una piccola pagina di storia, ma, come si è detto in questi giorni, da qualche parte bisogna pur cominciare.

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Il Toro, per una volta, va finalmente contro alcuni momenti topici del suo dna e rispetta il canovaccio: doveva vincere con una squadra già eliminata e lo ha fatto, complici due espulsioni, travolgendola per 5-1. E dire che le piccole e grandi streghe, che spesso hanno volteggiato in queste circostanze intorno alle maglie ruse cume l sang, avevano iniziato presto il decollo: Ventura costretto a imbastire una formazione inedita (Bovo a centrocampo, Gabriel Silva terzino sinistro), il gollonzo con cui i danesi sono passati in vantaggio (erroraccio dello stesso Silva, il rinvio di Glik che impatta la gamba di Amartey, la parabola beffarda degna di un lob di Maradona), il campo infame. Stavolta, però, sangue freddo, concentrazione e il suicidio tattico dei danesi, con una difesa così alta da far sembrare col libero quella di Del Neri, hanno scritto il lieto fine.

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La rete ferrantiana di un Martinez sempre più in rampa di lancio, che poi, non pago, causa l’espulsione di Antonsson. Un paio di interventi risolutivi di un carico Padelli. Amauri che si conquista un rigore, provocando il secondo (e molto severo) “rosso” ai padroni di casa e andando a trasformare dal dischetto (in Europa i rigori si segnano, quanto ci fa bene quest’arietta). L’inizio ripresa, dopo tante volte in cui c’è stata la mancata cattiveria nello sferrare il colpo del ko e la tendenza ad accontentarsi, col Toro all’assalto per chiuderla, come uno squalo che sente l’odore del sangue e tre reti in rapida successione (ancora Martinez, poi Darmian e Gaston Silva). Il giusto fermarsi (tendenzialmente sarei sempre per il continuare a giocare, a patto di evitare scene di esultanza alla Inzaghi in Milan-Torino 6-0, ma undici contro nove e sul 5-1 è giusto così). L’esordio di Graziano. La splendida Maratona itinerante in perfetta forma canora. Istantanee di una serata perfetta e, al di là del valore dell’avversario, da sogno.

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Ora scatta il toto-avversaria e, visto che il secondo posto ha fatto saltare la possibile esperienza mistica dell’Anfield Road e l’atteso ritorno ad Amsterdam, ci si può sbizzarrire in vari modi, visto il sostanziale equilibrio fra le varie compagini. Azzardo un desiderio: Casino Salisburgo, più che per il valore in sé, per il fatto che potrebbe essere davvero una trasferta oceanica. Da questo punto in poi, comunque, tutto quello che succede è un regalo, anche se abbiamo il dovere di provare a scartare tutto ciò che ci capita a tiro e, se non andasse bene, grazie lo stesso.

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Però. C’è un però. Non è che perché si è passato il turno in Europa League, con conseguente gioia di difficile contenimento, ci si deve dimenticare delle lacune enormi che ha la squadra e di intervenire in maniera sapiente a gennaio (e “sapiente” significa niente Giovinco, e non per motivi tecnici, ma anche niente bolliti o eccessive scommesse). Potenziare la squadra, perché la classifica piange e perché il magnifico e magnetico profumo di Europa non sia sovrastato dal fin troppo familiare fetore della zona retrocessione, a questo punto è quasi un imperativo morale, per non rovinare i sorrisi di ieri.

 

Francesco Bugnone

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