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Il Divin Marchese, ovvero la filosofia dietro l’eros.

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Il Divin Marchese, ovvero la filosofia dietro l’eros.
Il Divin Marchese, ovvero la filosofia dietro l’eros.

Oggi 2 dicembre è il bicentenario della scomparsa di uno degli autori più discussi e “scomodi” della letteratura francese: il Marchese de Sade.

Autore tra la realtà e il mito (stando agli stralci della propria biografia, come ricavata da lettere, lacerti e scritti ritrovati, sarebbe stato lui ad aizzare la prima rivolta che portò, nel 1789, alla presa della Bastiglia), è sostanzialmente conosciuto ai più per il tenore molto erotico (per non dire prettamente pornografico, con scene che più volte sconfinano nelle parafilie) e particolare dei propri scritti, tanto che il “sadismo” da corrente è passato a termine di uso comune.

Tuttavia, quel che meno si conosce del cosiddetto divin marchese, è il lato più indiretto delle opere: il lato sociale, politico e filosofico, che solo a tratti viene evidenziato.

Il Divin Marchese, ovvero la filosofia dietro l’eros.

 

De Sade, nonostante al primo impatto possa risultare semplicemente shoccante, o sensazionalista per i meno “suscettibili”, è un illuminista radicale, anticlericale, ma con un forte orientamento sociale, differente dal “socialista” che più di un critico nel XX secolo ha accostato alla sua opera.

Opere come Aline et Valcour, o il dittico di Justine e Juliette, o la più famosa Philosophie dans le boudoir, riservano certamente scene forti, con tratti che mettono a disagio più di una volta il lettore, ed esprimendo giudizi estremamente negativi sia sulla Chiesa in quanto istituzione che sulle figura di Gesù (ritenuto un pazzo quando non un opportunista) o della Madonna.

Scene la cui brutalità risulta a tratti innaturale, a tratti talmente spinta da essere artificiale, dalle quali tuttavia è necessario distaccarsi per apprezzarne il senso celato: De Sade “educa” con le cattive, vuol lasciare traccia del proprio pensiero fortemente critico verso monarchia e aristocrazia non attraverso i canali canonici, o le figure “eroiche” che la letteratura ci abituato a riconoscere, ma attraverso le “cicatrici” che i suoi racconti e romanzi lasciano nella coscienza del lettore.

Chi scrive non ama particolarmente chi si erge a dotto critico delle opere altrui rimandando sempre a contenuti celati, significati reconditi o differenti piani di lettura, quasi a voler dimostrare la propria (pretesa) superiorità rispetto ai lettori che per le prime volte si avvicinano a questo o quell’autore.

Il Divin Marchese, ovvero la filosofia dietro l’eros.

Non nascondiamo, pertanto, che il modo utilizzato da De Sade nelle proprie opere non è né facilmente condivisibile, né dei più facili da apprezzare.

Ma discende dal “lato oscuro” dell’illuminismo e dalla difficile vita dell’autore, figlio di una aristocrazia corrotta e decaduta, verso la quale nutre profondo odio, e costretto a passare (per volere a volte della madre, verso la quale scrive lettere piene di odio, ma al tempo stesso di disperato amore deluso di un figlio, a volte della suocera) quasi 40 anni della propria vita tra galera e manicomio.

Vogliamo quindi cogliere l’occasione del bicentenario per suggerirvi di riscoprire l’opera di De Sade, ed evidenziare alcune iniziative (tra cui una mostra a Parigi, ed un documentario di recente presentato) a lui legate.

Scoprirete un’opera complessa, “cattiva”, ma di assoluto valore, che riassumiamo con le parole dello stesso autore: “Sfortunatamente devo descrivere due libertini; aspettati perciò particolari osceni, e scusami se non li taccio. Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti; offrirle con tratto gentile è farlo amare, e tale proposito è lontano dalla mia mente”.
V.

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