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Toro: un altro mattoncino verso l’Europa

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Ti ricordi quando non avevi tanta voglia di andare allo stadio? Te lo dico io, domenica prima del Sassuolo. Vista la sconfitta, razionalmente, ieri sera avresti dovuto averne ancora meno, ma “razionalmente” col tifo, e col Toro, non esiste e quindi, dalle sei di sera circa, ne avevi ancora più del solito, potenza della voglia di riscatto, potenza dell’Europa League.

E come te tanti altri, visto che l’Olimpico, dato per deserto, tanto deserto non era, che entrambe le curve hanno cantato e fatto coreografie e che i cinquemila del Brugge, molti dei quali parecchio attivi fuori dallo stadio, non si son sentiti come si pensava.

Il Toro, dal canto suo, ha risposto presente, più granata oggi, vestito in blu, che in altre circostanze con la divisa d’ordinanza, cercando, con tutti i suoi limiti, la vittoria sin dal principio, ma dovendosi accontentare di uno 0-0 stretto come un paio di pantaloni dopo un pranzo di nozze.

Gli uomini di Ventura hanno tirato, eccome se hanno tirato, ma il Brugge ha resistito per la serata di grazia di Mathew Ryan da Plumpton, Australia, che ha letteralmente parato tutto, con un paio di interventi mostruosi e altri, come direbbe un tuo amico portiere, figli di uno splendido piazzamento.

Anche qua storie che si ripetono: se l’anno disgraziati di Ulivieri, per esempio, i granata han reso dei fenomeni Micillo e Guardalben, ti devi rassegnare anche a questo Ryan insuperabile.

Ryan non ha soltanto evitato al Toro di vincere la partita, ma anche di mettere una gigantesca ciliegina sulla torta, ovvero festeggiare la qualificazione in casa, visto che a Helsinki, a sorpresa, i finlandesi, rinvigoriti dalla cura granata di qualche settimana fa, hanno battuto anche il Copenaghen estromettendolo dal discorso europeo.

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Ma lo sai, al Toro le ciliegine sulle torte, storicamente, non piacciono: se si è vinto lo scudetto mancando un record assoluto per un autorete, se si sono vinte due finali playoff con sofferenze indicibili quando la strada sembrava essersi messa in discesa, non si è troppo stupiti nemmeno davanti a questa gioia (si spera) rimandata.

Sì, perché il punto è un altro mattoncino verso i sedicesimi, visto che vincendo l’ultima gara in Danimarca, con avversari già eliminati, sarà qualificazione, ma lo sarebbe anche in caso di pareggio o addirittura sconfitta se l’Helsinki non vincesse a Brugge.

Calcoli che hanno accompagnato il tuo ritorno alla macchina ieri sera, facendoti diventare matto, calcoli che ora scrivi con una mano sola, perché non ti fidi.

Al di là del mero risultato, però, in una serata dolceamara, fra urla e moccoli lanciati al cielo, la prestazione, come detto, c’è stata.

 

Padelli ha risposto presente nell’unica volta in cui è stato chiamato in causa, Jansson è stato il solito martello, Darmian e Molinaro hanno arato le fasce, anche se i cross non sono stati sempre perfetti, Bovo è stato semplicemente sontuoso e ritrovare i suoi piedi da regista fa capire ancora di più quanto siano mancati (strepitoso un suo coast to coast palla al piede, concluso con un perfetto assist per El Kaddouri che ha mancato incredibilmente lo stop che l’avrebbe portato al probabile 1-0).

In mezzo Gazzi è stato gladiatorio come sempre, ma qualitativamente meglio del solito, mentre Benassi ha fatto vedere di saper ringhiare e ha concluso in crescendo, mentre il succitato “El”, errore da matita rossa a parte, a continuato la strada intrapresa col Sassuolo per uscire dal tunnel dell’indolenza.

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Davanti Martinez, pur sbagliando qualche movimento, ha disputato la miglior prova stagionale, all’interno del miglior Toro stagionale. Uniche note stonate un Moretti a cui la Nazionale sembra non aver fatto bene, ma comunque sufficiente, un Amauri ancora una volta “margheritoniano” e i cambi tardivi di Ventura, comunque bravo a preparare il match, che ne ha usati solo due (Vives e Larrondo i quali, in tandem, sono andati vicinissimi al vantaggio) e verso la fine, lasciando il rimpianto di un Quagliarella in naftalina per il derby, quando una mezzora ci sarebbe comunque stata.

Detto ciò il gol, ancora una volta, non è arrivato, ma stavolta sembra un discorso più legato al caso che ai demeriti dei padroni di casa.

Quanto ti allontani dallo stadio, con gli applausi della gente ancora nelle orecchie, pensi che tutti questi giorni in cui ambiente e tecnico si sono confrontati sul chi dovesse trascinare chi, dovrebbe portarseli via il vento. Il tifoso del Toro è questo: se sputi l’anima, provi tutto quello che hai a disposizione e nella pancia per vincere, e non vinci, ti dice “bravo” lo stesso.

E’ una cosa facile ed è una cosa difficile, ma in questa apparente contraddizione c’è tutta l’essenza di chi si è innamorato di questi colori, di chi li ha scelti, di chi non avrebbe potuto fare altrimenti. Ora si va verso il derby, chi col pallottoliere, chi con l’elmetto, chi con la scaramanzia, chi con la rassegnazione, chi con un sogno inconfessabile al limite dell’erotismo.

Tu ti avvicini alla stracittadina e non sai bene dove porti, forse in tutti questi aspetti, forse in nessuno.

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Però, almeno, ci arrivi con più voglia di Toro di quella che avevi domenica al triplice fischio di Rizzoli e questo non era scontato. E questa è una bella cosa.

Francesco Bugnone

 

 

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