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Toro: la caduta continua col Sassuolo

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Toro: la caduta continua col Sassuolo
Toro: la caduta continua col Sassuolo

Te lo ricordi quando avevi voglia di andare allo stadio? Quando eri elettrico all’idea di arrivare in Maratona, abbracciare gli amici e goderti il Toro, qualsiasi Toro?

Eppure non è successo troppo tempo fa. Per esempio, contro il Copenaghen ce l’avevi. O prima della Fiorentina, dell’Udinese, del Parma. Che cos’è successo in questi ultimi giorni in cui (ritrovare i “fratelli” in curva a parte) tutta quella carica non c’è più?

Può una settimana caratterizzata dall’angosciante sterilità contro l’Atalanta, dall’umiliazione di Helsinki, dalla non-reazione a Roma averti ridotto prima ad accettare l’odiata sosta come una liberazione e poi a provare questo fastidio? Può.

Però pensi che potrebbe anche essere la settimana della svolta, col trittico Sassuolo-Brugge-derby pesante come un macigno e, come sempre, la voglia te la fai venire, in un’ora di pranzo dove Torino non ha ancora deciso se rimanere nuvolosa o regalare un pallido sole all’erba dell’Olimpico.

E pensi anche che, questa benedetta sosta, potrebbe essere uno spartiacque magico, che ha depurato i granata dal mal di gol e li ha ripresentati baldanzosi.

Ma la svolta non è arrivata, altro che spartiacque magico, neanche un bagno nella pozione in cui Obelix è caduto da piccolo sarebbe bastato.

Il Toro ha di nuovo perso.

Per 1-0, in casa contro il Sassuolo, con un colpo di testa a pochi minuti dalla fine di Floro Flores su uno dei pochi, pochissimi errori di Moretti nella sua esperienza granata.

Non conta non aver demeritato in avvio, col ritorno del doppio trequartista.

Toro: la caduta continua col Sassuolo

 

Non contano le tre occasioni incredibilmente fallite di rimessa nella ripresa (tra l’altro, uomini di Ventura pericolosi in verticale e non coi titic-titoc, qualcosa vorrà pur dire).

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Conta che gli emiliani, dopo gli sprechi granata, si siano fatti progressivamente più convinti nel secondo tempo e, alla fin fine, non abbiano rubato nulla, dimostrando, anche con un certo tipo di cambi da parte di Di Francesco, quella voglia di fare tre punti che il Torino, questo Torino ansioso e ripiegato sui propri problemi e sulle proprie paure, non riesce a dimostrare.

Conta, soprattutto, che, per l’ennesima volta, una squadra che, senza un gioco particolarmente fluido e senza un temperamento particolarmente acceso, sbagli per l’ennesima volta l’unica cosa che non dovrebbe sbagliare per fare risultato: la cura dei dettagli.

Dettagli che assumono connotazioni grottesche, come relativamente ai rigoristi: il livello di farsa è tale da far imbufalire, perché non sarà da questi particolari che si giudica un giocatore, ma se in campionato ne sbagli tre su tre in casa col risultato in bilico che se ne vada a quel paese anche De Gregori con tutta la leva calcistica della classe ’68.

Se il rigorista è Quagliarella, tira Quagliarella.

Se Quagliarella ha fatto il “bel gesto” di lasciare a Sanchez Mino, l’allenatore spiega che il bel gesto lo fai sul 3-0.

Se, invece, il “bel gesto” non c’è stato ed è stata tutta farina del sacco dell’ex-Boca, l’allenatore fa di tutto per far tirare il rigorista designato, a costo di entrare in campo.

“Quaglia” ha le spalle larghe e se sbaglia non si abbatte, cosa che non è successo al buon Mino, che sembrava si stesse leggermente ritrovando e, invece, è ripiombato nell’abisso. “Se lo toglie nell’intervallo, ce lo siamo bruciato” pensi. E infatti.

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E infatti, sempre per la cura dei dettagli, anche i cambi in corsa peggiorano la situazione. Quello di Farnerud per Sanchez Mino fra i due tempi rischia di polverizzare definitivamente un possibile capitale del Torino.

Quello di Nocerino per Vives è semplicemente inutile: non cambia faccia alla squadra né ne aumenta la spinta, andava fatto solo contemporaneamente all’ingresso di un altro attaccante che arriva solo nel recupero, a buoi abbondantemente scappati, con Martinez, mentre stavolta sarebbe servito un Amauri, visto che la carta della profondità sembrava la sola a poter pagare e la storia dei trentaquattro anni non sta in piedi, sia perché se ne era a conoscenza al momento dell’acquisto, sia perché giocare un 25’ non avrebbe precluso il giovedì di coppa all’ex parmense.

A margine di tutto ciò un certo nervosismo in campo mai visto nel periodo venturiano (per esempio Vives che sembra mandare a quel paese, incredibile, ma vero, Bruno Peres per un presunto errato movimento:

brutte cose, al di là dell’evidente bestemmia calcistica), un pubblico che si fa sentire coi fischi nel finale, compresa gran parte di una solitamente sorridente Maratona, e le dichiarazioni di Ventura che meritano un capitolo a sé dall’esagerare al massimo il gap di occasioni fra Toro e Sassuolo al parlare di fischi e “vergognatevi” dopo pochi minuti, enfatizzando, anche qui, un paio di brusii legati al leitmotiv del retropassaggio e, ipotesi mia, qualche parolina isolata dalle tribune, visto che, il resto dello stadio, di vergogna non ha parlato, durante le prime battute. Dichiarazioni, francamente, inascoltabili, che gettano sale su una ferita già aperta.

Te lo ricordi quando prima di una partita di coppa ti sembrava di andare a una festa e prima di un derby smaniavi come un pazzo, perché sapevi che li avresti avuti lì davanti e, soprattutto, che avresti potuto batterli e che, al di là delle parole, ti temevano sul serio, mentre oggi temono solo la cabala o un’autorete di Ogbonna (che, dati alla mano, rimane il modo paradossalmente più probabile con cui andare a segno)? Con tre punti sulla zona calda e il penultimo attacco, il Toro deve affrontare due impegni da far tremare i polsi e, a loro modo, decisivi: complicarsi la strada per i sedicesimi di Europa League e perdere male un derby possono rendere il piano inclinato dove sta rotolando il Toro un pendio cosparso di lubrificante, su cui sarebbe impossibile frenare, mentre gennaio (ammesso e non concesso che lo si sfrutti) rimane troppo lontano da afferrare. Quello che serve lo sai, lo sanno tutti ed è anche inutile continuare a scriverlo senza sembrare inutilmente retorici, però, per una volta, per l’ultima volta, lo vuoi scrivere e lo vuoi urlare: serve il Toro. Il Toro, dannazione.

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