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Quando Garibaldi incontrò il re. A Teano? No.

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Quando Garibaldi incontrò il re. A Teano? No.
Quando Garibaldi incontrò il re. A Teano? No.

È da poco passato il 26 ottobre, ovvero il 154esimo anniversario dell’incontro tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, ricordato come l’incontro di Teano.

L’incontro passò alla storia perché fu il momento in cui Garibaldi consegnò “ufficialmente” il regno delle due Sicilie al re, di fatto spianando la strada a quell’unificazione che pochi mesi dopo sarebbe stata ufficializzata, ma anche perché in realtà… non si tenne a Teano.

Di fatto, il re e il condottiero passarono per Teano, ma la parte “ufficiale” dell’incontro si tenne a Taverna Catena, zona di caccia dei Borbone, così chiamata perché la strada d’accesso veniva chiusa da una catena in modo da impedire l’accesso a chiunque altro durante le battute dei reali.

Quando Garibaldi incontrò il re. A Teano? No.

Al di là del “fattariello” legato alla località, l’incontro di Teano è caratterizzato da diversi aspetti, alcuni più conosciuti, altri meno.

Di conosciuto, ad esempio, c’è il fatto che Garibaldi, come detto, consegnò il regno delle due Sicilie; c’è il fatto che il re si affrettò ad incontrare Garibaldi per evitare che i mille (che in realtà al momento dell’incontro erano circa 35.000) arrivassero alle soglie del regno pontificio creando le premesse per un intervento dell’esercito francese e l’incrinarsi di quanto stabilito appena 2 anni prima a Plombières.

Meno noti sono invece altri aspetti dell’incontro: ad esempio, che Teano fu solo uno degli incontri si dovette “fermare” Garibaldi: il secondo momento fu quello (altrettanto noto, e spesso erroneamente associato al primo) della Bezzecca, reso noto da telegramma “obbedisco!”; in entrambi casi fu la ragione di Stato a prevalere sulla forza ed il carisma del condottiero.

Quando Garibaldi incontrò il re. A Teano? No.

Altrettanto poco noto è il fatto che Teano (o Taverna Catena) rappresentò una sconfitta per il progetto “popolare” che la spedizione dei Mille aveva assunto, ovvero unire sotto un’impostazione mazziniana i territori italiani (cosa ovviamente non molto gradita a Cavour), ma rappresentò in compenso la salvezza per molte camicie rosse, arruolate nel regio esercito; il rischio dell’alternativa era di fatto passare per fuorilegge, o banditi, con le conseguenze del caso.

Teano, in ultimo, rappresenta per gli anti-unitari (dopo più di 160 anni ancora attivi, anche se sotto bandiere differenti) un momento storico infausto: il progetto unitarista difatti aveva (secondo quanto riportato dalle teorie da loro sostenute) basi primariamente economiche, e solo in seconda battute politiche.

Le casse del regno erano, di fatti. molto provate, mentre le casse del Banco di Napoli erano floride, e se un’unione “tradizionale” sarebbe stata costosa e molto probabilmente votata all’insuccesso, un movimento “popolare” avrebbe avuto molta più possibilità di riuscita, offrendo peraltro una facile via d’uscita in caso di insuccesso.

Con i mille risvolti che a più di 150 anni di distanza lo caratterizzano, l’incontro rimane comunque l’embrione di quell’Italia che, a partire da meno di un anno dopo, sarebbe divenuta la nostra patria.

 

V.

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