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Bunker: i rifugi antiaerei di Torino

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Bunker: i rifugi di Torino
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Una delle ovvie conseguenze della guerra, e nota ai più soprattutto nella Seconda Guerra Mondiale, è stata la costruzione di rifugi antiaerei, in città e non, per proteggersi dalle bombe.

Torino non fa eccezione a questa regola; anche nel capoluogo piemontese, infatti, è possibile imbattersi in diversi bunker, passeggiando tranquillamente per la città.

Ce ne sono di diversi tipi: alcuni sono più organizzati, efficienti, progettati con più cura; altri, più rudimentali, avevano un unico scopo: permettere agli occupanti di rivedere la luce del sole.

Risale a pochi giorni fa la scoperta dell’ultimo rifugio antiaereo, situato in piazza Marmolada. Il bunker è stato portato alla luce per caso, grazie agli scavi di alcune ruspe per la costruzione di un nuovo giardinetto.

Anziché a semplici detriti, infatti, gli operai si attoniti si sono ritrovati davanti a una botola che riporta indietro la storia di Torino di circa 80 anni.

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Il bunker, piuttosto ricco di reperti, era probabilmente usato dai dipendenti della Fiat Materferro, la cui sede, nata nel 1917, era nella stessa piazza.

A una profondità di dodici metri sono state ritrovate tre stanze, ciascuna dalla capienza di 120 persone circa. Non è ancora chiaro dove fosse situata l’uscita dal bunker, ma il rifugio era dotato anche di un generatore elettrico grazie all’uso di un tandem. Era anche presente un piccolo bagno con uno specchio. L’entrata era regolata da una porta a decompressione. E’ possibile che il Comune decida di aprirlo ai visitatori.

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Sebbene sia stato l’ultimo a essere scoperto, però, quello di piazza Marmolada non è l’unico rifugio antiaereo presente nel capoluogo piemontese.

E’ infatti possibile infatti contare ben 42 “ricoveri pubblici” sparsi in diversi punti della città di Torino, che il Comune aveva costruito negli anni di guerra per proteggere i cittadini dai bombardamenti (le costruzioni erano rigorosamente di calcestruzzo, con i muri spessi almeno 80 cm).

Bunker: i rifugi di Torino
Bunker: i rifugi di Torino

Tra i tanti, si possono ricordare quelli di via Foggia, di Palazzo Civico e di Piazza del Risorgimento, dei giardini di Largo Sempione, di via Giordano Bruno e del Parco Ruffini; ultimo ma non ultimo, anche quello situato esattamente sotto il Museo della Resistenza, nel Palazzo dei Quartieri Militari in corso Valdocco 4/a.

Il bunker di Palazzo dei Quartieri dava rifugio ai redattori e ai giornalisti della Gazzetta del Popolo, che all’epoca lavoravano nell’edificio.

A circa 12 metri di profondità sorgevano quattro gallerie con rinforzi di cemento armato per riuscire a resistere alle bombe e dalla struttura cosiddetta “a baionetta”. Contrariamente ad altri rifugi, vi si poteva trovare anche un impianto di illuminazione.

Il rifugio sotto Piazza Risorgimento è stato invece aperto al pubblico nel lontano 1995; a 12 metri circa di profondità, con i suoi 700 metri quadrati è uno dei più ampi. Conta infatti tre gallerie lunghe circa 40 metri e larghe 4,5, tra loro collegate da ben otto passaggi.

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Bunker: i rifugi di Torino
Bunker: i rifugi di Torino

Il bunker sotto Palazzo Civico è rimasto sconosciuto ai più per molto tempo, composto principalmente da una sola grande stanza con le panche per sedersi accanto alle pareti.

Secondo Guido Vaglio, direttore del Museo della Resistenza: -Torino durante la Seconda Guerra Mondiale ha subito 5 anni di bombardamenti, dal giugno 1940 fino all’aprile 1945. Durante questi anni vengono costruiti alcuni rifugi pubblici, una quarantina, che offrono ricovero a circa il quindici per cento della popolazione.

A questi si aggiungevano numerosi rifugi più improvvisati, cioè cantine degli stabili, che venivano segnalati con una R bianca al di fuori delle case, ma che spesso erano in realtà estremamente pericolosi perché si rischiava di essere sepolti. I rifugi pubblici invece erano costruiti con criteri di sicurezza, a dodici metri sotto terra in cemento armato, con porte antisoffio e offrivano dunque garanzie maggiori.

La permanenza nel rifugio poteva durare anche ore e soprattutto all’uscita non si sapeva che cosa si sarebbe trovato della propria casa, delle proprie cose. Alcuni rifugi vengono riaperti e sono visitabili.-

 

Giulia Porzionato (foto spazioTorino)

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