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La Cucina piemontese tra ceti popolari, borghesia e corte

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La Cucina piemontese tra ceti popolari, borghesia e corte
La Cucina piemontese tra ceti popolari, borghesia e corte

La cucina piemontese è considerata fra le cucine più ricche e variegate d’Italia, grazie al territorio diversificato di pianure, colline, montagne e laghi, e ai diversi popoli con cui entrò in contatto nel corso della storia.

La cucina tradizionale di questa regione viene giustamente suddivisa, dal noto gastronomo astigiano Giovanni Goria, in tre grandi “ceppi originari”: «la cucina popolare povera e rustica, delle categorie lavoratrici di fatica e non abbienti», che coinvolge la maggioranza della popolazione; «la cucina dei ceti medi e delle prime categorie pur subalterne ma relativamente ben viventi che confluiranno nella borghesia»; infine «la cucina di corte o di palazzo o nobile» (Goria,La cucina del Piemonte, 1990, p. 24).

Per quel che concerne quest’ultima, dato che la città di Torino era la sede della corte sabauda, i cuochi della Real Casa diedero alla cucina piemontese uno stampo aristocratico e ispirato alla cucina francese, vista la promiscuità dei due territori e la rinomanza che quest’ultima aveva in quel periodo presso le corti di tutta Europa.

La Cucina piemontese tra ceti popolari, borghesia e corte

Inoltre il Piemonte, essendo ubicato in una zona di confine con diverse vie di comunicazioni, quali, per esempio, la via del sale e la Via Francigena, e anche da un punto di vista storico, fu sempre soggetto all’influenza dei cugini di oltralpe, ritroviamo contaminazioni francesi anche nella cucina di stampo borghese e popolare.

Tuttavia alcuni saggi di cucina dei giorni nostri sostengono che, intorno all’Ottocento, le tre cucine si fusero insieme in un’unica cucina piemontese, abbandonando sempre di più l’influsso francese.

Nelle prossime puntate prenderemo in esame ognuno di questi grandi “ceppi originari” cercando di delinearne le caratteristiche.

 

Clara Lanza

 

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