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Per l’EuroToro gli undici metri non sono un tabù

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Per l’EuroToro gli undici metri non sono un tabù Europa League 2014- 2015 Torino Copebaghen
Per l’EuroToro gli undici metri non sono un tabù Europa League 2014- 2015 Torino Copebaghen

Esci da una giornata difficile, salti in macchina, la posteggi, inizi a percorrere corso Sebastopoli e il mondo già cambia.

Felpe, magliette e sciarpe granata che si dirigono verso lo stadio portate da persone di tutte le età ti portano in un posto speciale, per farti respirare un’atmosfera magica. Sali le scalette che conducono alla curva e, appena appare un po’ di verde, vedi il telo rotondo con il logo dell’Europa League posizionato a centrocampo, quello che nei preliminari non c’era.

E allora sì che capisci che l’EL, quella “vera”, è sbarcata a Torino, anche se non ti sembra ancora vero e hai paura che sia solo un bel sogno.

La mente scivola al passato, a quando in quattro gatti, dopo una nevicata allucinante, il Toro di Ventura batteva 1-0 il Vicenza in una notturna cadetta e, al ritorno a casa, eri così devastato dal freddo che tua moglie è riuscita a rifilarti una zuppa di cavolfiori, da te odiati, perché eri incapace di intendere e di volere. Aver vissuto quei momenti, rende ancora più dolce assaporare questo e i tuoi amici, che erano lì con te anche allora, lo sanno.

Per l’EuroToro gli undici metri non sono un tabù Europa League 2014- 2015 Torino Copebaghen

Vi guardate senza bisogno di dire altro, perché non ce n’è bisogno. Quando parte, finalmente, la musichetta della competizione, urlate come quando, a un concerto, ci sono le prime note della canzone che apre lo spettacolo.

Quello che c’è intorno al campo, però, ti piace poco. L’Olimpico è mezzo vuoto. Escluso chi non ha potuto comprare il biglietto causa crisi, non riesci proprio a darti pace del fatto che si riempia lo stadio in una partita sostanzialmente inutile come quella contro il Brommapojkarna, col risultato già ampiamee si rimanga a casa per il debutto interno nella fase a gironi, quasi a voler smentire il “Eh, ma vedrai che se arrivassero i risultati, lo stadio lo riempiamo subito”.

Alla faccia. Sarà per rimediare a questa desolazione che Maratona e Primavera cantano più del solito dall’inizio.

Contro il FC Copenaghen, vittorioso sull’Helsinki all’esordio, Ventura schiera la difesa titolare, con l’eccezione di Bruno Peres, fuori dalla lista Europa League e sostituito da Molinaro, in mezzo Benassi e il totem Gazzi, Sanchez Mino dietro Amauri e Martinez. Il Toro parte tranquillo, poi, col passare dei minuti, prende campo. Mino prova tante giocate, qualcuna ne sbaglia, ma ha la stoffa del leader.

Non sarà il Riquelme che vorrebbe, ma a te ne basterebbe mezzo. Molinaro non fa rimpiangere Peres, pur non avendone l’esplosività da pendolino, e si fa trovare con continuità in fascia, Martinez brucia dalla voglia di ben impressionare e piace, Darmian, a destra, si fa la fascia con la stessa naturalezza con cui un adolescente fa le vasche in via Garibaldi il sabato pomeriggio.

Per l’EuroToro gli undici metri non sono un tabù Europa League 2014- 2015 Torino Copebaghen

Il primo tempo propone parecchie occasioni granata: una clamorosa traversa di Moretti, dopo schema su corner, uno spunto di Martinez, Molinaro che prima cicca una conclusione da ottima posizione, poi la azzecca, ma Andersen è bravo. Dalla parte opposta, Gillet trema solo per inzuccata a lato di Cornelius. Buon Torino, ma qualche nota dolente c’è: Benassi fatica mostruosamente a trovare posizione ed efficacia, mentre Amauri si fa notare più per applausi e incoraggiamenti ai compagni che per le giocate.

Nella ripresa, sotto una Maratona sempre più urlante, il Toro prova a proseguire la spinta, ma il risultato è sempre lo stesso fra palle-gol e mezze occasioni: il pallone non entra. Ventura rimane fedele allo schema e ne cambia gli interpreti avanzati: El Kaddouri, Quagliarella e Larrondo rilevano Sanchez Mino, Martinez e Amauri, ma l’incantesimo continua.

Poi, in pieno recupero, nell’area danese si accende una mischia furibonda, Larrondo, con una zuccata coraggiosa, ricaccia nel mucchio un pallone che stava uscendo fuori portandosi via un sacco di sogni e Quagliarella viene strattonato in area da Antonsson mentre cerca la rovesciata, a coronamento di 20’ di fuoco e a tutto campo.

Quando Gomez indica il dischetto, il tempo si ferma. L’urlo di gioia, si trasforma in silenzio pregno di terrore, mentre, davanti agli occhi di tutto un popolo, passano le immagini dei rigori di Cerci a Firenze, di Larrondo contro l’Inter, di El Kaddouri contro il Verona.

Per l’EuroToro gli undici metri non sono un tabù Europa League 2014- 2015 Torino Copebaghen
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Un’altra beffa sarebbe terrificante, qualcuno si appende alla legge dei grandi numeri che, però, non sempre è amica, qualcuno prega, tanti pregano, tantissimi si girano e pregano, nemmeno se ci fossero insieme il Dalai Lama e Papa Francesco pregherebbero così. In questo alone quasi mistico, le spalle larghe di Quagliarella si caricano la Torino granata sulla spalle, mandano Andersen da una parte e palla dall’altra facendo, una volta tanto, giustizia.

Il boato post-penalty ha un che di catartico e, dopo pochi secondi, si unisce a quello giubilante per il fischio finale. Toro in testa al girone, come il Brugge che ha battuto l’Helsinki.

Ventura esulta come un pazzo, manda la squadra sotto le due curve, in un abbraccio ideale che rende il mondo più bello in uno dei sempre troppo rari momenti in cui la felicità di migliaia di persone si potrebbe stringere in mano, talmente è tangibile. L’adrenalina è tale che arrivi alla macchina senza accorgertene, come se, spinto dall’onda d’urto del rigore di Quaglia, avessi volato. Pomeriggi e mattinate difficili sembrano lontani anni luce, confinati in un angolo della memoria in cui giacciono le cose che non sai se siano realmente successe o meno.

Ora è solo tempo di risalire in macchina e assaporare ogni millimetro di questa serata, mentre la voce di Ian Astbury per radio canta “Fire Woman” e non ti è mai sembrata così bella, mentre il Mac Donald post-stadio non ti è mai parso così saporito, mentre ti chiedi come hai fatto a rimanere vent’anni senza Toro in Europa.

 

Francesco Bugnone

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