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Il Toro perde Cerci e ferma l’Inter

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Il Toro perde Cerci e ferma l’Inter
Il Toro perde Cerci e ferma l’Inter

“Cerci all’Atletico Madrid”. L’sms arriva subito dopo il pranzo della domenica, simili notizie sono state il pane quotidiano in questi mesi di mercato, ma adesso qualcosa dice che è la volta buona. O meglio, la volta cattiva.La sensazione di essere chiamati per un’interrogazione scampata tutto l’anno non può sbagliare. E infatti.

La rabbia e il magone accompagnano il pomeriggio.

La soddisfazione per la qualificazione ai gironi di Europa League è alle spalle e anche la tensione per il debutto casalingo contro l’Inter di lì a qualche ora sembra lontana. Prevale soltanto la rabbia per una situazione gestita male: una coppia da 35 gol polverizzata, con il secondo pezzo pregiato venduto praticamente all’ultimo secondo, senza un sostituto realmente all’altezza a portata di mano, salvo miracoli poco preventivabili.

Poi, salendo le scale che portano alla curva, cambia qualcosa. Ti viene in mente l’estate del 1992, le cessioni di Cravero e Policano che ti avevano fatto sanguinare il cuore, che sarebbe esploso con quella beffarda di Lentini. Ti viene in mente l’affetto che ti è salito dentro per chi era rimasto e chi era arrivato e che ti ha fatto volere ancora più bene di prima al Toro.

Il Toro perde Cerci e ferma l’Inter

Scatta lo stesso meccanismo: li vedi che si scaldano e sai che ti affezionerai ancora di più e al diavolo chi se n’è andato, anche se la perdita tecnica è devastante.

Non penso di essere il solo a elaborare così la mancanza di Immobile e Cerci, visto il calore della curva, e i ragazzi, in campo, sembrano sentirlo.

La squadra impaurita e fiacca del secondo tempo contro l’Rnk Split non c’è più e ha lasciato il posto a un gruppo incattivito che lotta su ogni pallone e, quando può, riparte. La difesa, dopo le sbavature senza conseguenze di tre giorni prima, torna un mix di baluardi insormontabili e in mezzo Gazzi è l’emblema di ciò che dovrebbe essere il Toro.

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In quella che potrebbe essere (e speriamo non sarà) l’ultima partita in granata, dopo un anno passato quasi in naftalina, prima per squalifica e poi per un’inspiegabile presunta inadeguatezza nel centrocampo a tre, il rosso centrocampista è monumentale.

Recupera qualsiasi pallone e si prende anche la briga di impostare (bene), un muro insormontabile a stroncare sul nascere gli attacchi di un’Inter poco in palla e che capisce subito che non ha più di fronte gli islandesi-materasso del playoff di Europa League.

Il problema è davanti. Quagliarella gioca bene e ha visione offensiva, ma predica nel deserto, perché Larrondo continua a essere clamorosamente inadeguato.

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Tecnica rivedibile, movimenti non sempre efficaci e, soprattutto, la totale mancanza di cattiveria che deriva dalla fame di gol degli attaccanti. L’unico frangente in cui la succitata cattiveria si palesa è il meno adatto: come contro il “Bromma” scippa un rigore a un compagno (fischiato abbastanza generosamente per il contatto Vidic-Quagliarella) e lo calcia in maniera oscena addosso a Handanovic, colpito come un bersaglio del tiro a segno.

Pur ancora tutto da scoprire, Martinez, inspiegabilmente non entrato, sembrerebbe offrire maggiori garanzie rispetto all’argentino.

Nella ripresa il Toro parte bene: il piano tattico studiato perfettamente da Ventura continua, la voglia di vincere aumenta, Darmian, schierato a sinistra, crossa bene per Larrondo, sulla cui torre Quagliarella mette a lato di un soffio.

L’Inter fa paura solo nella fase centrale della frazione, quando Padelli salva in uscita su Osvaldo e Glik e Gazzi s’immolano sul pallone vagante.

Il finale è la soddisfazione per il debutto di Sanchez Mino (personalità e buoni colpi), preoccupazione per l’uscita dal campo in barella di Maksimovic, rabbia per l’ultimo assist sbagliato da Molinaro nel finale, conforto per una difesa che non ha ancora subito reti in cinque occasioni ufficiali. Poi Doveri espelle Vidic per eccesso di applausi e fischia la fine: 0-0.

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Mentre torni alla macchina sei rincuorato, perché la squadra, nonostante tutto, c’è ancora, cresce bene e il fatto che giochi alla pari con le cosiddette grandi è un fatto assodato. Una punta di nervoso ti sale, però. Perché è facile immaginare cosa sarebbe questa squadra con Cerci a fianco di Quagliarella o come sarebbe con un altro attaccante come si deve e devi sforzarti per far sì che il nervoso, gonfiato dai tanti “se”, diventi rabbia.

Ti placa un attimo ripensare, come prima della gara, a quell’estate del 1992. Anche perché, a fine stagione, Lentini o no, si è arrivati ad alzare la Coppa Italia.

E se anche quest’anno finisse così? Sorridi, giri la chiave e parti. E’ solo un sogno di fine estate. Un po’ come qualificarsi per l’Europa League lo scorso anno.

Francesco Bugnone

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