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Il giorno degli Invincibili: nemmeno il fato li vinse

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Quel mercoledì pomeriggio qualcuno stava ascoltando la musica che saliva dalla strada insieme al profumo di un buon caffè, qualcuno stava avvitando bulloni, ma già pregustava il ritorno a casa; c’era chi giocava a pallone nonostante una leggera foschia non di certo primaverile e chi faceva all’amore tra lenzuola di seta.

Operai, professori, panettieri, vigili urbani e medici condotti, nessuno sapeva che di lì a qualche minuto, tre per l’esattezza, si sarebbero incamminati di gran carriera su per la collina che domina Torino e avrebbero pianto.

Sono le cinque, le 17 per i precisi orologi degli sportelli bancari e per le cipolle estratte dal taschino poco prima di quel tuono senza lampi. Poco più di due minuti e chi sta passeggiando per corso Casale vedrà sfrecciare la prima camionetta dei pompieri, lanciata sulla salita verso la basilica con un urlo straziante.

Chi stava calciando un rigore ai giardinetti immaginandosi al Fila con la maglia di Valentino Mazzola sulle spalle avrà lasciato rotolare il pallone, attirato da quel passaparola che si va diffondendo tra gli adulti spaesati; chi stava sdraiato al fianco della propria amante verrà interrotto da un amico sul più bello con una notizia talmente inaspettata da essere incomprensibile sulle prime:

L’aereo del Torino è caduto a Superga.

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Mancano ancora 60 secondi alla tragedia quando un ragazzo torinese sta discutendo con gli amici di uno scudetto appena conquistato, il quinto di fila, roba da fenomeni, roba da Invincibili.

Tutti i suoi amici avevano il proprio preferito: chi amava Grezar, chi si rivedeva in Maroso, chi “no, Loik è troppo forte!”. Ma lui non riusciva a fare distinzioni, li amava tutti allo stesso modo, da Bacigalupo al Capitano, passando per i Ballarin e Ossola. Erano tutti suoi fratelli, suoi padri, suoi figli.

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Li aveva visti giocare tuti quanti con la maglia azzurra dell’Italia, beh, quasi tutti, e da allora non pensava ad altro che al Toro, al Grande Toro.

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Quel ragazzo era mio nonno, aveva 23 anni e tutta la vita davanti per essere orgoglioso della sua fede. Invece sentì quel boato, ascoltò la radio o forse la confidenza mesta e sottovoce di un coetaneo e si mise in cammino verso Superga, luogo nello stesso tempo più alto e più basso della storia di Torino.

Fece i tornanti quasi correndo, poi trovò un camioncino già zeppo di ragazzi che lo caricò al volo e ripartì. Piangevano tutti per la strada, anche senza sapere, anche senza la certezza della sciagura. Erano in troppi a guardare verso quella cima coperta dalla nebbia per poter sperare in un finale diverso.

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Sessantacinque anni dopo la collina c’è ancora, il ricordo verso quella squadra anche. Manca il rispetto di molti, Lega Calcio in primis, per quello che fu un lutto nazionale, non la perdita di alcuni atleti e uomini di sport.

Manca la cultura di altri per poter onorare quelle bare su cui i loro nonni, anche tifando altri colori, piansero lacrime sincere. Fortunatamente testimonianze di affetto da ogni parte del mondo scaldano il cuore più di un gol, più di uno scudetto e ci si sente ancora, sempre di più, parte di una famiglia speciale, una famiglia che nemmeno il fato potrà vincere.

Marco Parella

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