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Amedeo di Savoia: il mal d’Africa del Duca di Ferro

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Amedeo di Savoia: il mal d'Africa del Duca di Ferro
Amedeo di Savoia: il mal d'Africa del Duca di Ferro
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“Ecco, arrivano Curtatone e Montanara.”: fu una battuta detta dal giovane principe Amedeo di Savoia Aosta per prendere in giro la coppia reale Vittorio Emanuele III e la Regina Elena durante un ricevimento nel 1921.

Il riferimento s’ispirava alla battaglia risorgimentale di Curtatone e Montanara, in realtà si puntava a sghignazzare sulla bassa statura del re piccino e sulle origini montenegrine e quindi un po’ montanare della moglie Elena che suscitavano l’ilarità di Amedeo di Savoia.

La vista della strana coppia a braccetto doveva per lo meno far sorridere: lei, un metro ottanta di donnone ben piantato e robusto, lui un tappo di un metro e cinquantatre soprannominato “sciaboletta” perché si vociferava che per lui fosse stata forgiata una sciabola speciale, più corta del normale, per evitare che strusciasse in terra.

Il principe fu sentito, ahilui, e l’incidente non si chiuse di certo con una risata della corte e scherzose pacche sulle spalle dei diretti interessati.

La punizione per l’esuberante e vivace Amedeo, che allora aveva ventitré anni, fu un bel tirocinio lavorativo all’estero.

Fu spedito nel Congo Belga, ad espiare l’insolenza.

Amedeo di Savoia: il mal d'Africa del Duca di Ferro
Amedeo di Savoia-Aosta: il mal d’Africa del Duca di Ferro

 

Il Congo era uscito da qualche anno dall’infernale esperienza di “regno privato” o “lager personale” di Leopoldo II che usò la regione per soddisfare la propria avidità, trattando quella terra sfortunata come farebbe un crudele secondino tra milioni di prigionieri condannati ai lavori forzati a vita.

Quando il Duca arrivò a Stanleyville, oggi Kisangani, chiese di esser assunto come operaio in una fabbrica di sapone.

Si presentò dal direttore dello stabilimento con lo pseudonimo di Amedeo della Cisterna.

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Non fu un nome scelto a caso; già perché l’ Altezza Reale nacque nell’autunno 1898 in una camera da letto di palazzo Cisterna, in via Maria Vittoria, a Torino.

Non era la prima volta dell’intrepido rampollo in Africa.

Aveva già avuto modo di visitare, di esplorare e di amare il Continente Nero.

Amedeo di Savoia: il mal d'Africa del Duca di Ferro
Amedeo di Savoia-Aosta: il mal d’Africa del Duca di Ferro

 

Dopo l’esperienza della prima guerra mondiale come artigliere infatti, si recò in Somalia per una spedizione lungo il fiume Uèbi Scebèli per studiarne le sponde in previsione di tirar su una florida azienda per la produzione di canna da zucchero e cotone.

Rientrando in Italia sulla lunga e avventurosa rotta Corno d’Africa – Oceano Indiano – Madagascar – Capo di Buona Speranza – Oceano Atlantico – Gibilterra, il ragazzo si beccò la malaria.

Le febbri furono così violente che il capitano del vascello lo fece sbarcare a Zanzibar, isola di spezie e di schiavi, per farlo curare in ospedale.

Quando guarì, invece di ritornare in Italia, ne approfittò per farsi ancora una bella gita tra il Protettorato britannico del Bechuanaland (ora Botswana) e il Sud Africa, dove insieme ad una carovana di boeri esplorò le selvagge lande del deserto dei Kalahari.

Insomma al giovane principe l’Africa piaceva, e molto.

Dunque possiamo ritenere che quella punizione per la battuta sulla coppia reale, una simpatica ragazzata, non fu così mal digerita dallo spirito avventuriero e curioso del nobile viaggiatore, au contraire.

In fabbrica, tra gli altri operai e impiegati, tra le strade di Stanleyville fradice di pioggia e tra i tavolini dei cafè coloniali, il Signor della Cisterna cominciò ad attirare attenzioni su di sé.

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Era troppo colto per essere unsemplice immigrato italiano, troppo distinto tra i comuni lavoratori, troppo aristocratico per essere un mortale qualunque in cerca di fortuna.

Nonostante fosse in gamba al lavoro e dotato di uno spirito d’adattamento che solo i grandi viaggiatori sanno avere, la gente iniziò a chiedersi quale fosse la vera storia di quello spilungone piemontese.

Forse era scappato dall’Italia per debiti di gioco? Oppure cercava di rifarsi una vita per una bruciante delusione d’amore?

Era invece un eccentrico Savoia, distante dagli agi dei palazzi reali e dalle scomode etichette del rango, uno spirito libero, curioso, giovane. Un giorno si fece tatuare le braccia da un indigeno locale.

La sua pelle venne marchiata dalla passione esotica.

Furono tredici mesi congolesi duri ma entusiasmanti. L’Africa ormai scorreva nelle vene del principe e dopo un rientro in Italia tornò nel continente, questa volta come pilota d’aerei militari in Cirenaica durante la campagna per la riconquista della regione del Fezzan, ribelle e ostile, messa sotto con pugno di ferro dai generali Graziani e Badoglio. In volo dimostrò di essere bravo e coraggioso e si guadagnò la medaglia d’argento al valore.

Amedeo di Savoia: il mal d'Africa del Duca di Ferro
Amedeo di Savoia-Aosta: il mal d’Africa del Duca di Ferro

E chi non meglio di lui poteva ambire a posizioni di comando e di prestigio nei territori africani del neoimpero d’Italia?

Amedeo, divenuto nel frattempo duca d’Aosta, diventò viceré d’Etiopia e governatore generale dell’Africa Orientale Italiana nel 1937. Pochi anni dopo, in pieno conflitto mondiale, l’esercito italiano fu travolto dalla controffensiva britannica nel corno d’Africa. Soldati, camice nere, carabinieri, ascari, contro inglesi, indiani, sudafricani, ribelli etiopici nella mischia per il Golfo di Aden e il controllo del Mar Rosso e dunque Suez, il canale del desiderio e della vittoria.

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Gli inglesi incalzavano e Amedeo ordinò la ritirata da Addis Abeba nella ridotta dell’Amba Alagi, una montagna dell’Etiopia settentrionale che venne fortificata nel vano tentativo di resistere all’avanzata nemica.

Prima della disfatta definitiva, il duca concesse alle truppe indigene di ritornare ai propri villaggi che erano a rischio di feroci rappresaglie da parte delle tribù che odiavano a morte il dominio italiano.

Pochissimi accettarono di abbandonare i propri ufficiali e i propri commilitoni dalla pelle bianca.

Dopo mesi di guerra, privazioni, marce e scontri, tra la truppa si era istaurato un forte cameratismo che andava al di là del colore della pelle e delle differenze di nascita.

Soldati, uniti nella vittoria, fratelli nella sconfitta.

Quella combattuta sull’Amba Alagi fu una delle battaglie della seconda guerra mondiale dove gli italiani diedero grandissima prova di valore, anche se persero.

Ad Amedeo e ai resti del suo esercito, fu concesso l’onore delle armi.

Amedeo di Savoia Aosta, soldato e gentiluomo, morì in Kenya di malaria nel 1942.

Una delle sue ultime uscite fu su un’automobile scoperta per passare in rassegna i suoi uomini che condividevano con lui la prigionia.

Piangeva il duca mentre i suoi ragazzi commossi lo chiamavano per nome, come si fa con un amico.

Per sua volontà fu sepolto tra i suoi soldati nel sacrario militare italiano di Nyeri.

Quando ci furono i funerali, gli ufficiali inglesi, suoi nemici, si misero il lutto al braccio in segno di profondo rispetto.

 

 

Federico Mosso



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