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Quei tredici Piemontesi a bordo del Titanic (prima parte)

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I 13 Piemontesi sul Titanic
I 13 Piemontesi sul Titanic

Il Titanic era reputato inaffondabile.

Era così lussuoso che lo si poteva definire come un palazzo galleggiante che solcava l’oceano. Il suo nome era ispirato dalla mitologia greca; i Titani erano i giganti che sfidarono Zeus per la supremazia del potere sulla Terra.

Il nome, letto sulla poppa, doveva far scattare nella testa le associazioni di parole:

Titanic uguale Titani uguale gigante del mare.

Il transatlantico era mastodontico, solido, moderno, scintillante.

Fu la sfida, in quel triste caso non riuscita, del progresso della tecnica, della rivoluzione dei trasporti, della meccanica che dominava la natura, del futuro, dell’innovazione.

Ma tra la notte del 14 aprile e le prime ore del 15 aprile 1912 fu la tragedia, una delle più famose della storia dell’uomo, che tutt’oggi affascina, spaventa, intriga.

Secondo gli elenchi della compagnia navale britannica White Star Line, proprietaria della nave, a bordo c’erano 2.223 persone in totale tra equipaggio, inservienti, passeggeri delle tre classi.

Provenivano da mezzo mondo, quasi se quel transatlantico fosse un’arca sfortunata delle rappresentanze di popoli e paesi.

I 13 piemontesi del Titanic 1912

Inglesi, irlandesi, americani, australiani, cinesi, belgi, finlandesi, balcanici, francesi, arabi , siriani, bulgari, caraibici, norvegesi, danesi, svedesi e anche italiani. Trentasette erano i connazionali a bordo, quasi tutti emigrati da tempo in Inghilterra, e dunque trenta di loro registrati come cittadini britannici ma dal sangue italianissimo. Tra loro, anche piemontesi.

La storia di questi uomini è stata ricostruita grazie alla preziosa conoscenza di Claudio Bossi, uno dei massimi esperti della vicenda del Titanic.

Il Signor Bossi, che possiede un sito internet (www.titanicdiclaudiobossi.com) magnifico nella sua completezza storica, è da anni che conduce ricerche belle e rigorose grazie alle quali si viaggia nel tempo. Leggendo con avidità quelle informazioni, la ricerca storica ci prende per mano e ci riporta a quella tragica notte di 102 anni fa, tra i saloni della prima classe e le cuccette della terza. Il curioso della storia naviga nel passato e il viaggiatore del tempo sbircia così negli oblò di quella tragedia che non smette mai di colpire l’attenzione dell’uomo.

I piemontesi sul Titanic erano tredici.

Il Ristorante A’ la carte serviva prelibatezze e vini pregiati ai signori della prima classe. Non solo era il miglior e più esclusivo ristorante su nave in circolazione, ma addirittura del mondo terrestre. Tra pareti in pannelli dorati, tende di seta rossa, cristalli, argenti e porcellane regnava il maitre Giuseppe Antonio Pietro Gatti, conosciuto come Luigi. Lui era l’abile gestore di quell’angolo di ricchezza e di delizia e fu lui ad arruolare altri italiani. Mister Gatti assunse anche piemontesi per servire tra i tavoli industriali, per riempire le coppe alle ereditiere, per porgere le sedie a sederi aristocratici, per offrire i sigari a potenti finanzieri.

Candido Scavino era originario di Guarene, in provincia di Cuneo. Classe 1869, lavorava come macellaio e aveva già una certa esperienza di grandi navi perché prima di imbarcarsi sulla bara atlantica tagliava filetti e puliva polli sull’Olympic, la nave gemella del Titanic.

I 13 piemontesi del Titanic 1912
I 13 piemontesi del Titanic 1912

A bordo erano stati stivati 20.000 tra polli e selvaggina, 34 tonnellate di carne, 500 chili di agnello, 3 tonnellate e mezzo di prosciutto e pancetta. Scavino e colleghi ne avevano da lavorare di mannaia. Il corpo di Candido non fu mai ritrovato.

Sempre in provincia di Cuneo, a Roccabruna, nacque Battista Bernardi. Al momento dell’affondamento, Battista aveva 21 anni. Storia curiosa la sua, nonostante venisse da una famiglia benestante, si allontanò comunque dal suo luogo d’origine a cercar fortuna altrove, mosso da spirito avventuriero e per riuscire a sposare la ragazza di cui si era innamorato, Maria. Fu apprendista a Parigi, poi si trasferì a Londra per lavorare nel mitico Hotel Ritz, icona belle epoque di Piccadilly. Attirato dagli alti salari che venivano pagati sui transatlantici non esitò a cogliere quell’opportunità d’oro che si offriva ai camerieri delle linee White Star.

La notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, Battista vestiva di nero con grembiule bianco, e al petto portava una spilla portafortuna a forma di ferro di cavallo, regalo della sua fidanzata.

Il cadavere del giovane cameriere fu recuperato nel maggio di quell’anno e ora Battista Bernardi di Roccabruna in provincia di Cuneo riposa nel cimitero cattolico canadese di Halifax, in Nuova Scozia. La spilla portafortuna quella notte non fece il suo dovere.

Un altro ragazzo, Fioravante Giuseppe Bertoldo, addetto alla dispensa, prese la via del mare per intraprendenza e voglia di guadagnare bene. Veniva da Burolo, un paesino dell’estrema provincia nordorientale di Torino non distante da Ivrea. Dalla quieta campagna canavesana alle gelide acque nell’Atlantico settentrionale.

L’iceberg nascosto nelle tenebre in quella crudele notte senza luna si portò via anche lui.

 

Quei 13 Piemontesi sul Titanic

Davide Beux, emigrato a Londra per lavoro, fu uno dei garçons di Mister Gatti. Era cresciuto a San Germano in Val Chisone intorno ai monti tra Pinerolo e Sestriere. Disperso in mare, ergo morto. Di lui non rimane nemmeno una fotografia.

Vincenzo Pio Gilardino aveva dei grandi baffi a manubrio. Glieli fecero tagliare; facevano troppo italiano “baffo nero”. Nel ristorante di Luigi Gatti, i camerieri dovevano apparire impeccabili. Dunque erano di rigore le facce pulite, sbarbate, sorridenti.

Insomma, agli addetti in sala toccava uniformarsi agli standard internazionali di alta qualità del servizio di prima classe del Titanic, l’oasi transoceanica di stile ed eleganza. Veniva dall’astigiano, da Canelli per la precisione, le cui colline sono fortissime nella produzione dei nostri tesori piemontesi come il Barbera e il Moscato. Anche lui inghiottito dal mare.

Fubine è un piccolo comune dell’alessandrino, arroccato sulle prime colline che salgono verso il Monferrato. Fu lì che ebbero i loro natali i fratelli Peracchio, Alberto di 20 anni e Sebastiano di 18, due ragazzini.

Sul Titanic facevano gli assistenti camerieri dell’ A’ la carte. Che opportunità per i due fratellini, farsi le ossa su uno dei locali più alla moda ed elitari del pianeta intero.

L’indomani della tragedia, sulle pagine del Corriere della Sera, fu scritto uno sbaglio perfido, una sadica beffa. I fratellini di Fubine si erano salvati. No, non era vero purtroppo, i fratellini erano affogati, l’Atlantico fu la loro tomba.

 – Qui il proseguimento dell’articolo –

 

Federico Mosso

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( Questo articolo è stato scritto grazie alla preziosa collaborazione di Claudio Bossi, scrittore e storico della tragedia del Titanic.)

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