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Crescere con un guerriero al tuo fianco, grazie Ultimate Warrior

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A metà di una giornata pesante, mi siedo al computer per guardare sull’homepage di un noto quotidiano cos’è successo nel mondo: notizie che qualche giorno prima sembravano fondamentali e ora sembrano scomparse, frasi roboanti e polemiche, tutto nella norma. Poi, circa a metà, il titolo: “E’ morto Ultimate Warrior”. Come spesso mi accade quando mi tuffo nel ricordare qualcosa che ho amato, mi sdoppio e sono contemporaneamente davanti al pc e indietro nel tempo, con precisione nella sala da pranzo di mia nonna, un pomeriggio dopo scuola per l’appuntamento fisso con la Wwf (World Wrestling Federation).

Telepiù2, commento di Dan Peterson, Wrestlemania 6, c’è il match valido per il titolo mondiale tra Hulk Hogan e Ultimate Warrior, al momento campione intercontinentale. Hulk è il lottatore più famoso e più amato, un’istituzione, sembra naturale tifare per lui, come quando guardi le Olimpiadi e tifi per l’Italia anche negli sport più astrusi. Poi, però, arriva il Guerriero e nulla è più come prima.

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Innanzitutto la musica che lo accompagna quando entra. Una schitarrata che ascoltata oggi, dopo anni di dosi massicce di metallo pesante, suona iper-rallentata e meno energica, ma che ai tempi era di insensata cattiveria. Poi la corsa fra le due ali di folla e la maschera da guerra, variopinta, folle, pazzesca. I capelli lunghi, i nastri legati alle braccia, le corde del ring scosse con rabbia quando sale, il pubblico in delirio. Voglio che vinca lui. O meglio, vorrei che vincessero entrambi, ma non è possibile. In realtà, non ci andrò troppo lontano.

Non c’entra nulla il passato che fa sembrare le cose migliori, perché va in scena il match più epico della storia, punto e basta. Lungo, intenso, con continui colpi di scena. Con l’arbitro a terra, perché colpito fortuitamente, Hogan schiena Warrior per tre secondi, ma non c’è nessuno a contare.

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Poi altre botte fino all’incredibile epilogo: Ultimate Warrior ha la vittoria in mano, ma, improvvisamente, il campione in carica si rianima. Scena già vista: scarica di adrenalina, “non puoi farmi male” a ogni colpo subito, contrattacco e vittoria. Succede sempre così, ma questa volta no. Hulk salta su Warrior già a terra, ma trova la dura superficie del ring: il Guerriero si è spostato ed è pronto a prendersi la cintura, buttandosi sull’avversario con l’arbitro, stavolta pronto a contare fino a tre, prima di esultare senza nemmeno più un millimetro di maschera rimasto attaccato al volto, a testimoniare la fatica immane della sua prestazione. Il bello, però, deve ancora arrivare.

Hulk, quasi in lacrime, scende a recuperare la cintura di campione del mondo, quindi la musica s’interrompe a sottolineare la storicità del momento: sarà Hogan stesso a premiare il Guerriero, riconoscendone il valore.

La musica riprende e i due si abbracciano, un abbraccio da veri uomini, da compagni. Ed è in quel momento che, anche se so che è tutto finto, tutto esagerato, tutto un grosso spettacolo, mi vengono i brividi e mi viene da piangere.

La stessa voglia di piangere che mi è venuta questa mattina riguardando quell’abbraccio, anche se a 35 anni non si dovrebbe piangere per queste cose, ma chi se ne frega.

The Ultimate Warrior Captured the WWE Title at Wrestlemania VI in toronto, Canada

La passione per Ultimate Warrior nasce lì, poi arriveranno la sfida nella gabbia con Rick Rude, quella con The Undertaker, che riuscì a rinchiuderlo in una bara, per poi perdere comunque sul ring, l’incredibile incontro contro Machoman dove lo sconfitto avrebbe dovuto abbandonare il wrestling e che ricordo di aver seguito con un’ansia spesso riservata ad altre competizioni sportive. Ovviamente il primo pupazzetto della Wwf che mi sono fatto regalare è stato lui.

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Lui che si chiamava James Hellwig, lui che pochi giorni fa è stato introdotto nell’Hall of Fame e che, per l’occasione, ha pronunciato un discorso tristemente profetico che terminava con un “lo Spirito di Ultimate Warrior vivrà in eterno” che sa tanto di testamento spirituale.

Chissà se si sentiva realmente di essere vicino alla fine o se si è trattato soltanto di una di quelle strane, crudeli coincidenze che ti fanno mancare ancora di più una persona, un simbolo, un tuo eroe.

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Stessi pomeriggi passati sul divano a guardare questi omoni saltare e sbraitare sul ring, stesso entusiasmo nel seguire un copione già scritto, ma sempre nuovo agli occhi di ingenui teenager, stessi eroi.

Seguire il wrestling in tv nei primi anni ’90 era ribellione pura in Italia, era voler a tutti i costi farsi catturare da quei primi scorci di America che filtravano sulle emittenti private, era andare contro i cartoni animati (!!), era sorprendere tua madre e tutti i soloni che dicevano che se guardi la boxe e ascolti Marilyn Manson diventi un violento e un maniaco seriale.

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Ultimate Warrior era la rivoluzione nella rivoluzione, uomo prima che atleta, sempre “dalla parte giusta” come gli idoli di gioventù devono essere, grintoso da farti venir voglia di scuotere più forte che potevi i fili del bucato, coreografico più di tutti, ma naturalmente spettacolare, non costruito. In quelle frange sugli stivali e sui bicipiti ci rivedevo un altro uomo che ha segnato la mia vita, quel Cavallo Pazzo talmente controcorrente da essere diventato il mio modello di normalità, ancora oggi.

Le breaking news sulla scomparsa di qualche personaggio famoso sono la vera morte di quel mito, infarciti di numeri, di date, di fatti. Sì, Ultimate Warrior aveva combattutto a Torino nel 1989, poi ci era tornato altre volte, l’ultima qualche anno fa, con una federazione minore, a lottare e sudare per ragazzini che forse si chiedevano “chi è quel vecchio sul ring?”.

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Ma chi se ne frega. Sapere che Ultimate Warrior non c’è più è un peccato per tutti quei padri che avrebbero voluto mostrare ai propri figli il guerriero dei tempi migliori e ora potranno farlo solo tramite YouTube e davvero non sarà la stessa cosa. Sapere che Ultimate Warrior non c’è più è come sentire la mancanza di un Elvis, una Marilyn, un James Dean.

Pezzi di storia che sai che prima o poi devono, umanamente, lasciarci, ma che rappresentano talmente tanto per il mondo intero che ti illudi non se ne andranno mai.

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Per me quella maschera significava libertà. Libertà nel credere che se vuoi puoi, libertà di sbagliare e rialzarsi, libertà dell’essere vivo e volerlo dimostrare ogni giorno. Grazie ai capelli scarmigliati (che non portava più da tempo) e ai pettorali lucidi di Ultimate Warrior siamo tutti un po’ più vivi, anche ora che James Bryan Hellwig non c’è più. Grazie.

Francesco Bugnone e Marco Parella

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