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Laurearsi a Torino serve per lavorare

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Laurearsi a Torino serve per lavorare
Laurearsi a Torino serve per lavorare

Una buona notizia per chi si laurea a Torino: gli sbocchi occupazionali ci sono, almeno secondo i dati di una recente indagine di Almalaurea, presentata qualche giorno fa a Bologna.

L’indagine ha coinvolto quasi 450.000 laureati di tutti i 64 Atenei aderenti al Consorzio nel 2013; sono stati intervistati circa 220 mila laureati post-riforma del 2012 – sia di primo che di secondo livello – ad un anno dalla conclusione degli studi universitari, tutti i laureati di secondo livello del 2010 (oltre 72 mila), interpellati quindi a tre anni dal termine degli studi e i colleghi del 2008 (oltre 54 mila), contattati a cinque anni. Infine, come di consueto, due indagini specifiche hanno riguardato i laureati di primo livello del 2010 e del 2008 che non hanno proseguito la formazione universitaria (53 mila e 44 mila), contattati rispettivamente a tre e cinque anni dalla laurea.

 

Che si dice di Torino? Partiamo dal Politecnico: a un anno dal titolo trova un posto solo tra il 67,3 e il 70 per cento dei neoarchitetti. I dati di ingegneria:88,1, mentre ingegneria gestionale arriva invece sull’89,8 e lo sbocco legato all’Ict, fa la parte del leone: 96,6. Conferma a “Repubblica” Marco Gilli: “Nonostante la crisi di questi anni il mercato continua ad apprezzare le figure professionali create dal nostro ateneo, cui riconoscono una solidità di base e alcune caratteristiche utili al mondo del lavoro. Tra queste ci sono soprattutto l’esperienza internazionale, che ormai riguarda più della metà degli studenti, e gli stage aziendali”.

 

Passsando all’Università di Torino, il panorama è più frastagliato. Si va da Scienze della formazione primaria, indirizzo in cui il 91,6 per cento dei titolati trova lavoro nel giro di un anno, a Farmacia (91,3 per cento) e Economia (85,9). Bene Veterinaria (78,9), Medicina (tra il 76,7 e il 78,7), Agraria (76,2) e Scienze matematiche, fisiche e naturali (75,7). Come si poteva attendere, sono i letterati quelli più in difficoltà: Lettere e filosofia (71,7), in Giurisprudenza (59) e in Psicologia (55,9).

Un dato, però, fa sorridere Torino: se la media nazionale di chi trova un posto nel giro di un anno si attesta al 68,2 per cento, in città le medie sono più alte: l’Università di Torino è al 74,1, il Politecnico all’84,4 e l’Università del Piemonte orientale al 77,6. Non male.

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A proposito di lavoro, è di qualche settimana fa la notizia secondo cui l’Università di Torino ha messo in piedi il progetto “Universitàchecontinua”, che vede il coinvolgimento dell’Unione industriale di Torino, delle fondazioni bancarie, degli istituti di credito locali, di Reale Mutua assicurazioni e di un cospicuo numero di aziende che spaziano da Lavazza a Ferrero, da Martini e Rossi a Dylog, da Alenia Aermacchi a Prima Industrie, da Recchi ad Alpitour. Obiettivo: continuare a seguire l’allievo anche dopo la laurea, nei suoi sbocchi occupazionali. Chissà, magari i dati già positivi possono anche crescere.

Andrea Besenzoni

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