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Torino – Sampdoria: “la grande amarezza”

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Torino - Sampdoria: "la grande amarezza" serie A Tim 2013- 2014
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Scendi dalla macchina e pensi di avere la cabala dalla tua parte: nel 2007, dopo un derby perso, il Toro si è rialzato battendo la Samp con un gol di Corini nel finale. Sali le scalette che ti portano al solito posto e ti ricordi che nel 2009, nella prima partita interna dopo un derby perso, ne hai prese tre dalla Samp, con Pisano che sta ancora cercando Pazzini, e inizi a sentire la cabala meno vicina. Inizia la partita e senti puzza di Toro-Bologna. Anche qui c’è un gol a freddo.Però lo fanno loro con Okaka.

Avevi rimosso l’esistenza di Okaka. Okaka che, una volta, ti fece perdere una scommessa con un gol in Lecce-Bari 0-1, allenatore Ventura, ma tu guarda le combinazioni. Okaka che, durante il resto della gara, faremo diventare Ibrahimovic. Ci sono tre giocatori in fuorigioco, tra cui proprio l’autore della rete, ma cosa vuoi che sia.

“E il rigore con l’Atalanta, eh? E il gol di Immobile a Verona? Eh? Eh? E quello su Llorente che ci si è dovuti inventare per compensare quello su El Kaddouri e la mancata espulsione di Vidal?” Spegni queste obiezioni che si presentano quando il Toro va a sbattere contro un fischietto contrario con un’occhiata alla bilancia dei favori e dei torti, vedendo che pende sempre più pesantemente verso questi ultimi.

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Scuoti la testa e speri, anche se il rischio di sperare a vuoto c’è.

Poi Okaka si presenta solo davanti al portiere e colpisce la traversa, ma sei tranquillo, perché pensi sia in fuorigioco. Quando, sul rimbalzo, capisci che era tutto regolare, hai un infarto in differita. Dalla parte opposta, continua la non-reazione: tutti molli e senza idee, con Farnerud che, memore del fatto che ci lamentiamo da anni di non avere nessun centrocampista che ci provi da fuori, inizia a calciare da ogni posizione.

Malissimo…

Torino - Sampdoria: "la grande amarezza" serie A Tim 2013- 2014

 Bisognerebbe informarlo del fatto che ci lamentiamo di non avere, da anni, nessuno che calci bene dalla distanza, il che è diverso. Gli ultimi 20’ del primo tempo vedono un po’ di grinta in più, una arbitraggio irritante, un Da Costa che, dopo le papere contro il Milan, si ricorda di parare nella partita sbagliata.

La Maratona sostiene e, al duplice fischio, mi illudo in una ripresa stile Verona, anche se il rischio di illudersi a vuoto c’è. I primissimi minuti del secondo tempo sembrano confermare l’illusione: bordata fuori di Kurtic, botta a lato di Immobile. Ma è un fuoco di paglia. Inizia, invece, la sagra dell’ammonizione: Bovo prima, Glik poi, entrambi salteranno Milano, dove mancherà anche l’infortunato Moretti. Giusto per piovere sul bagnato. Ventura prova la trazione anteriore: entra Barreto, si presenta con un imbarazzante scivolone, prosegue scattando su un contropiede di Immobile, ma riuscendo nell’impresa di essere più lento di Ciro con la palla. “Sembra l’ammiraglia in una gara ciclistica” la splendida sintesi di un ragazzo dietro di me.

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Entra anche “Meggio”,ma cambia poco. In avanti è la sagra del movimento sbagliato, Cerci incide poco, il Toro è in un gorgo da cui sembra non poter proprio uscire, qualcuno va via anche se si è solamente sotto di uno a 20’ dal termine. Gabbiadini “buca” da ottima posizione. Pensi che sono andati più vicini loro a fare il secondo, che noi a pareggiare. Pochi istanti e Gabbiadini azzecca il calcio di punizione.

Eccolo lì, il secondo.

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Vorresti andare via, ma non ti schiodi, non perché tu ci creda, ma perché pensi sia giusto così. La Maratona continua a incitare, anche se, intorno, lo stadio si fa di ghiaccio. E tu diventi ibernato, quando Maksimovic, diffidato, si lascia andare a una protesta inutile che gli costa “giallo” e San Siro. Mentalmente ripassi qualche schema difensivo, perché, andando al “Meazza” senza difesa, Ventura potrebbe chiamare anche te. Non riapriamo la partita nemmeno per sbaglio.

La Sampdoria, dopo due ko consecutivi e con tre squalificati, sbanca Torino. Esci dallo stadio e pensi. Tre partite perse su quattro, di cui due in casa contro avversari abbordabili. Un approccio compassato che non c’entra niente col colore delle nostre maglie. Un “non obiettivo” come la crescita che non si può quantificare. L’ennesima sconfitta che dovrebbe essere salutare, sono così tante le sconfitte salutari che dovremmo essere tecnicamente immortali.

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La possibilità di giocarsi fino all’ultimo un posto in Europa, e poi se gli altri saranno più bravi non importa, ma giochiamocela, diamine. La paura di essere ripiombati in una mediocritas tutt’altro che aurea, la poca voglia di rivivere il post Toro-Lazio dello scorso anno, stavolta con tutto un girone davanti. Sali in auto, accendi la radio. Ventura non si aggrappa all’episodio arbitrale, ma critica l’atteggiamento della squadra.

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Ha ragione. Poi si passa a un’intervista a Pierpaolo Marino che rievoca ancora il rigore su Cerci della seconda di ritorno. Ringhi. Spegni la radio. Torni a casa, vai a letto, pensi che a San Siro ci mancherà mezza difesa, ma a loro mancheranno Samuel e Juan Jesus. Partita da over 2,5. Si può fare. Lasciatemi sognare almeno a quest’ora.

Ti svegli, è lunedì mattina. Paolo Sorrentino ha vinto l’Oscar per “La grande bellezza”. “La grande amarezza”, invece, trasmesso ieri all’Olimpico, ha troppi sapori di deja-vu, non potrebbe mai vincere. Non dovrebbe nemmeno mai essere trasmesso. Speri, ancora una volta temendo di sperare a vuoto, di non vederlo mai più.



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