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Torino ai piedi dei Depeche Mode

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Torino ai piedi dei Depeche Mode
Torino ai piedi dei Depeche Mode

C’è un ragazzino che sta guardando Videomusic, in un noioso pomeriggio infrasettimanale. A un certo punto arriva l’appuntamento con “Il video della settimana”: la versione live di “Personal Jesus” dei Depeche Mode, tratta dal Devotional Tour. Il groove del pezzo, la fisicità dell’esecuzione, il pubblico che impazzisce aizzato da uno scatenato Dave Gahan: al termine del video il ragazzino ha la bocca aperta, fulminato sulla via di Damasco per la seconda volta in pochi mesi (la prima era stata durante il concerto del primo maggio, con gli Iron Maiden e Robert Plant ad aprire la rassegna e Piero Pelù intento a infilare un preservativo nel microfono di Vincenzo Mollica).

Di lì a poco arriveranno i Nirvana, i Pantera, i Metallica e chi più ne ha più le metta, ma l’inizio della sua vera formazione musicale parte da quella clip, ovviamente videoregistrata e riguardata all’infinito, a costo di consumare il nastro della vhs.

Quel ragazzino sono io. Il ragazzino, oggi quasi trentacinquenne, ieri era a rendere omaggio ai Depeche in un gremito Palaolimpico, così come aveva già fatto nel novembre 2009 per il Tour of the Universe. Come sempre non c’è stato da essere delusi, perché gli inglesi, dal vivo, hanno una marcia in più, buttando sul palco groove, calore e sudore, in un connubio quasi fisico col pubblico. I soliti imponenti giochi di luci e di immagini fanno il resto, trasportando la platea in un posto “altro”, ipnotizzata da suoni ed effetti.

Torino ai piedi dei Depeche Mode

 

L’inizio è targato “Delta Machine”, con “Welcome to my world” e “Angel”, ma il primo vero highlight arriva quando il pubblico, dopo un intro leggermente differente dal solito, capisce che sono arrivate le prime note di “Walking in my shoes”, pezzo ideale per fare gli splendidi col gentil sesso senza scivolare nel banale e7o zuccheroso, se mai ce n’è stato uno. Si prosegue alternando episodi nuovi a classici come “Policy of truth” o l’epica “Black celebration”, quindi arriva il momento di Martin Gore. Quando l’autore della quasi totalità della produzione dei britannici prende il microfono, i brividi sono sempre dietro l’angolo: in passato la sua voce li ha regalati con “A question of lust”, “Judas” o “Home”, stasera tocca a “Slow”, “But not tonight” e, soprattutto, a una versione da lacrimoni di “Shake the disease” posta all’inizio dei bis, al secondo posto fra i momenti da ricordare della serata.

Vedere Gore sorridere durante e dopo la sua interpretazione scalda il cuore, ti fa rendere conto che puoi avere una carriera trentennale alle spalle e un conto in banca invidiabile, ma sono questi i momenti per cui tu e la tua arte vivono, lontana anni luce da certe realtà scadute in routine sforna-dischi.

E’ la volta di “Heaven”, con il suo andamento sofferto e decadente, prima di un’altra bella botta con “Behind the wheel”: lo scatenato Gahan guida le danze di uno dei pezzi più tamarri della storia della musica, fatto per essere ascoltato con finestrino abbassato e gomito fuori dall’abitacolo, ma che, al tempo stesso, mantiene una sorta di decoro intellettuale.

Subito dopo arrivano gli unici momenti deboli del concerto: “A pain that i’m used to” viene proposta in una versione che non la fa rendere al meglio, mentre “A question of time” ha le polveri bagnate per il continuo tentativo di far cantare al pubblico un ritornello meno anthemico e immediato di altri.

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Si riprende quota immediatamente con “Enjoy the silence”, che conoscono e cantano anche i sassi, prima del pezzo che, se fosse uno sportivo, verrebbe giudicato il migliore in campo. Manco a dirlo, “Personal Jesus”. Il riff parte rallentato e Gahan, con sofferta lentezza, porta la prima strofa, in un crescendo di attese, al primo “Reach out and touch faith”.

Da quel momento in poi, nulla è più come prima. Esplode il pit, esplodono gli spalti, Dave non è più frontman, ma sacerdote che officia un rito pagano a cui, vista l’intensità con cui la folla recepisce, sembra manchino solamente i sacrifici umani per completare il tutto.

Tocca ai bis: la già citata, e meravigliosa, versione di “Shake the disease”, la malinconica “Halo”, la tamarrissima (ma senza il decoro di “Behind the wheel”) “Just can’t enough”, il riff quasi maleducato di “I feel you”, dove un po’ di headbanging ci sta sempre bene, e la conclusiva e monumentale “Never let me down again” coi brividi che tornano a scendere sulla schiena quando Gahan fa muovere le braccia a tutto il palazzo. Finita, volata, hanno vinto loro. Di nuovo. Mentre fai la conta delle canzoni che avrebbero potuto ancora inserire, capisci che quando fai quel tipo di ragionamento vuol semplicemente dire che il gruppo ha un repertorio così ricco di capolavori che potrebbe riempire dodici scalette e mantenere sempre un altissimo livello.

Mentre esci dal Palaolimpico ti rendi conto che, per due ore circa, non hai pensato neanche per un secondo al derby imminente (o se ci hai pensato l’hai nascosto molto bene) e questo è un altro punto a favore dei ragazzi di Basildon. Mentre risali in macchina pensi a quel ragazzino che guardava il video di “Personal Jesus” su Videomusic, che voleva tatuarsi le braccia come Gahan, che un giorno avrebbe voluto vedere i Depeche dal vivo e sorridi perché l’hai accontentato già due volte e ti sei regalato un altro bel ricordo che nessuno potrà portarti mai via. a cura di Francesco Bugnone

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