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Toro, i sogni svaniscono a ora di pranzo?

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Toro, i sogni muoiono a ora di pranzo?
Toro, i sogni muoiono a ora di pranzo?
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Si dice che i sogni muoiano all’alba, ma i tifosi granata, dopo la sconfitta contro il Bologna, temono che possano morire a mezzogiorno e mezza.

Si parla dei sogni europei, vista l’occasione d’oro sprecata domenica scorsa, dove un successo sui felsinei, in clamorosa difficoltà, avrebbe permesso di agganciare il Verona, ma, soprattutto, di staccare in maniera importante Parma, Lazio e Milan, allontanando definitivamente più che il rischio retrocessione, che sembra ormai ipotesi remota, anche l’anonimato del centroclassifica, dandosi l’opportunità di lottare per qualcosa di importante fino al termine, al di là di conquistarlo o meno.

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La gara è stata la versione 2.0 di Toro-Salernitana 2-3 dell’annata di Colantuono, una partita da vincere a tutti i costi che viene persa grazie a un mix di colpe proprie e sfortuna. Una partita sbagliata dopo una serie di ottime prove ci può stare, anche perché se squadre come la Juventus possono avere passaggi a vuoto come nella ripresa del “Bentegodi”, figuriamoci se non può capitare al Torino. Quello che spiace è il modo in cui è arrivata: l’illusione di laver segnato subito con Immobile, che continua un momento d’oro così lungo da non poterlo chiamare più momento, e le due folate offensive immediatamente successive profumavano di goleada, poi il Toro, che forse si sentiva già i tre punti in tasca, ha regalato due reti al semi-carneade Cristaldo, ha accusato il colpo e non è riuscito a reagire, senza mettere in campo quei cambi di ritmo dovuti alla disperazione e al cuore che dovrebbero esserci in questi casi e avrebbero potuto portare almeno a un pareggio che sarebbe stato meritato.

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Non si deve drammatizzare, ma quello che fa ripiombare antichi fantasmi su Maratona e dintorni è anche il ripresentarsi di situazioni che sembravano morte e sepolte da tre mesi a questa parte: risvegliare i morti e la sfortuna cosmica sotto forma di due montanti a porta vuota. Quando certi schiaffi li hai presi troppe volte e per troppo tempo, anche uno solo all’improvviso ti fa venire la paura che sia finito tutto.

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Invece, lo dico a freddo benchè con lo stomaco ancora sottosopra per il ko, non è finito proprio niente, anche perché alcuni avvenimenti che, per uno strano allineamento cosmico, si sono verificati domenica (la peggior partita stagionale di Cerci, il primo vero errore di Darmian dopo tre anni, il magnifico trio di centrali che s’inceppa per due terzi, due sostituzioni su tre sbagliate) difficilmente si riproporranno insieme. Il Torino continuerà a essere una squadra che si esalta negli spazi e che va in difficoltà contro squadre chiuse, ma non sarà quell’accozzaglia di confusione e presunzione visto contro il Bologna.

Il calendario offre due trasferte terribili: Verona e derby. Domenica, uscito dallo stadio, pensavo che avrebbero potuto dare il colpo finale alle aspirazioni di alta classifica. Ora penso che possano essere un’opportunità, perché se a batosta seguirà impresa, si tornerà subito in sella e di Toro-Bologna si dirà “pensa se l’avessimo vinta, saremmo stati ancora più in alto”, invece di affermare che da lì è arrivato il declino. Basta fare quadrato, giocare una partita alla volta, senza pensare ai  diffidati, ma solo al campo e si potrebbe ricominciare a sognare e a sorridere.

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Ps il ritorno di Bianchi, e la conseguente diatriba tra fan e detrattori, mi ha fatto riflettere sullo stato di salute della nostra tifoseria. Non parlo della situazione della curva (come dice Nanni Moretti, e come dovrebbero fare in molti, “non parlo di cose che non conosco”), ma di un mood più generale, che talvolta vede il Toro non come fattore che unisce, ma come pretesto per liti infinite, e il risultato non come qualcosa per cui festeggiare o deprimersi in sé, ma una scusa per continuare a perorare la propria tesi. Una volta se sapevi che qualcuno era granata come te, era un Fratello e quello contava. Il primo giorno delle superiori, la prima persona a cui rivolsi la parola era del Toro . A me bastava quello, non se fosse d’accordo con le scelte tecniche di Mondonico o se secondo lui Jarni stesse rendendo al meglio. Era il Toro in sè che univa, al di là delle differenze di vedute. Ora, salvo qualche eccezione come alcune trasferte in cui, complice il campo avverso, ci si compatta tutti, la fratellanza ha lasciato il posto a essere dei semplici colleghi di tifo. Facciamo un passo indietro, facciamo in modo che questo finisca, facciamo che i “pro-tizio” e “pro-caio” abbiano più voglia di abbracciarsi che di dire “te l’avevo detto”, iniziamo a smettere di volerlo avere più lungo degli altri sui social, ma facciamolo, perché se va avanti così rischiamo di perdere ben più di una qualsiasi partita contro il Bologna.

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Francesco Bugnone



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