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Seminara, la faida che dalla Calabria giunse a Torino

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La faida di Seminara giunse in città Torino Piemonte
La faida di Seminara giunse in città Torino Piemonte

In pochi conoscono nei dettagli la vicende della faida di Seminara, ed è bene partire dal principio.

La Storia del secondo dopoguerra in Italia è misteriosa, affascinate, sovente inquietante. Una cosa la dobbiamo dire, noi italiani tra terrorismi vari, mafie cannibali, gang in armi, battaglie camorriste, sapevamo ammazzarci tra di noi con successo anche in tempo di pace o surrogato di essa. In quest’ottica è interessante osservare le faide che insanguinavano la terra di Calabria, come quella del piccolo paese di Seminara, che vedevano contrapposte diverse famiglie che si scannavano tra loro con serio accanimento.

I motivi delle truci dispute spesso apparivano futili; in realtà, dietro ad un banale sgarro o ad un’offesa, si nascondevano rivalità antiche o ambizioni neofeudali di controllo del territorio, di egemonia degli affari della zona, di potere locale.

Le famiglie si sterminavano per conquistare la supremazia.

Quando la guerra s’iniziava la si finiva solo quando uno dei due gruppi periva, solo quando il nemico finiva al cimitero, ucciso fino “all’ottava generazione” come da consueta minaccia.

Seminara, la faida che giunse a Torino
Seminara, la faida che giunse a Torino

 

E poi, quando il conflitto avvampava sempre più in un incendio di alte fiamme, i confini della faida venivano oltrepassati, si usciva dai paesi e i borghi dell’Aspromonte con le pistole nella cintola, e sgherri venivano sguinzagliati per la Penisola nella caccia con la bava alla bocca dalla voglia di vendetta e sangue.

Così infatti successe una tarda sera del giugno 1978 in Corso Orbassano 350, a Torino.

Due uomini aspettavano nell’ombra, vicino ad un parcheggio. Qualcuno li vide, chiamarono la polizia temendo ladri d’auto.

Ma non erano venuti lì per rubare, ma per ammazzare Antonio Gioffrè, 36 anni, muratore.

Quando la pantera stava per giungere sul posto, i due agenti sentirono i colpi, 8 in tutto, quattro di essi diretti alla testa della vittima che s’accasciò senza vita sul volante della sua 127 rossa.

I fari illuminarono i killer che iniziarono la loro fuga da centometristi, dietro si misero alle loro calcagna i due poliziotti con le pistole e le milze in mano. I due sicari correvano più veloci, si dileguarono nella notte della periferia di Torino e come fantasmi, sparirono.

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Seminara, la faida che giunse a Torino
Seminara, la faida che giunse a Torino

 

Antonio Gioffrè: la diciassettesima vittima della faida Gioffrè – Pellegrino, che dal 1971 riforniva le pompe funebri del paese di Seminara con materia prima extra.

Gli assassini erano partiti da lì, da questo piccolo comune della provincia di Reggio Calabria, per colpire i rivali con crudeltà, anche lontano da casa.

Andiamo con ordine. Approfondiamo Seminara e la sua faida terribile.

Western: genere cinematografico ambientato nella frontiera dell’ovest degli Stati Uniti. Quando si pensa ai western vengono in mente pistoleri, sfide a revolverate, luoghi selvaggi, di frontiera.

Facendo un gioco con l’immaginazione proviamo a pensare ad un’ambientazione inconsueta, non più americana ma italiana.

Proviamo ad immaginare un western più moderno ma sempre violento, che si svolge negli anni ’70 del secolo scorso e non più in Arizona o Texas, ma in Calabria, in un paese dal nome che racconta storie di atroci vendette: il paese di Seminara, senza saloon, ma ben allestito di banditi e di tombe al cimitero, per la gioia delle tasche del becchino locale.

Far West? No, Calabria dai cartelli stradali sforacchiati.

Cinquemila anime vivevano a Seminara e, a quanto pare, farsi la guerra era lo sport preferito dai cittadini.

Nel 1978, anno dell’agguato di Corso Orbassano, ben tre faide erano disputate in paese.

La famiglia dei Barca contro i Mammoliti.

Seminara, la faida che giunse a Torino
Seminara, la faida che giunse a Torino

Il clan dei Garza contro quello dei Scibillia

E infine la celebre faida tra le famiglie Gioffrè contro i Pellegrino e i Frisina loro alleati.

Iniziò tutto da uno schiaffo.

I Gioffrè da umili braccianti erano diventati proprietari terrieri, possedevo uliveti, frantoi, camion, insomma avevano messo su un’azienda agricola di una certa importanza nella zona, visto e considerato che quella terra povera oltre alle olive dava ben poco. Anche i Pellegrino entrarono nel settore e tra le famiglie ci fu concorrenza, però inizialmente rispettosa, amichevole, in buoni rapporti di vicinato.

Ma venne il giorno dell’incidente. Un Gioffrè e un Frisina imparentato con i Pellegrino tracannarono qualche amaro di troppo. Volarono parole grosse.

E poi, il casus belli, la scintilla della terza guerra paesana: uno schiaffo, l’affronto definitivo, il sangue ribollì, fece impazzire di rabbia per l’offesa ricevuta Giuseppe Frisina, lo schiaffeggiato dalla guancia che bruciava disonorata.

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Corse a casa, recuperò il “ferro”. Tornò di gran carriera con gli occhi fuori dalle orbite da Domenico Gioffrè, lo schiaffeggiatore impunito. Giuseppe sparò e ferì gravemente il figlio di Gioffrè, un ragazzo di diciannove anni.

Fu guerra aperta.

Le due famiglie e gli amici di esse fecero quadrato, si asserragliarono nelle loro case in attesa degli eventi, delle mosse dell’avversario. Furono caricati i tamburi dei revolver, le doppiette da caccia, i caricatori dei mitra e i coltelli s’affilarono.

Occhio per occhio, dente per dente, sangue chiama sangue. La vendetta dei Gioffrè covava. Ma la vendetta a Seminara non era un piatto che veniva servito freddo. No, veniva servito incandescente, subito.

Dopo tre settimane calò la furia dei Gioffrè. Furono acciuffati due Pellegrino, rei di aver fatto fuggire Giuseppe Frisina, e trucidati come monito.

Ma i Pellegrino sapevano cosa andavano incontro, ormai era troppo tardi per fare un passo indietro, chi cedeva, chi calava le braghe perdeva l’onore, perdeva il rispetto, perdeva tutto.

Due Gioffrè e la moglie di uno di loro vennero imbottiti di pallini da caccia. Era la risposta ai due Pellegrino ammazzati. La spirale era ormai inesorabile e a Seminara i cortei funebri aumentarono, e le morti non naturali pure e di molto.

Tanti i morti, e non si risparmiarono neanche le donne e i bambini, come un bimbo di diciotto mesi che era sulle spalle del papà, ammazzato dai pallettoni di un sicario con la pessima mira.

O come quella volta che due quattordicenni si fronteggiarono a colpi di pistola nella via principale, corso Barlaam, sotto gli occhi di centinaia di persone che poi naturalmente non avevano visto nulla, erano miopi, avevano il sole negli occhi.

Seminara, la faida che giunse a Torino
Seminara, la faida che giunse a Torino

 

O come quell’altra volta, nell’inverno 1973, quando andarono a prendere la vedova Carmela Pellegrino, mentre si stava dirigendo a piedi all’asilo a prendere i figli.

L’ammazzarono in strada. Il corpo rimase abbandonato sul ciglio fino a quando non arrivarono i carabinieri, nessuno del paese osò avvicinarsi alla vittima a tentare un soccorso. Le persiane della case rimasero chiuse. In strada c’era il deserto e un cadavere di donna in una pozza scura.

Era la paura, l’omertà.

Sì, un Far West. Anche alcuni protagonisti di questa tragedia truculenta sembravano essere usciti da un western di Sergio Leone, uno spaghetti western made in Calabria.

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Michele Frisina era detto “il pazzo”. Una volta aveva assaltato la caserma dei carabinieri da solo. Quando scendeva dai monti, lupara alla spalla e bombe a mano nella sacca, a Seminara scappavano tutti, le finestre si chiudevano, le serrande si abbassavano, manco fosse arrivato il diavolo in paese.

Nel 1972 un corteo funebre attraversava il paese. Le donne erano in nero, i pianti disperati.

Si celebrava il funerale di un Gioffrè mitragliato dai rivali. Il corteo funebre si disperse quando comparve da un angolo un avversario con il mitra. Tutti fuggirono, parenti, conoscenti con lutto al braccio, pure il prete.

La bara cadde in terra, abbandonata in piazza. L’uomo con il mitra, rimasto solo con il morto, si accanì sul cadavere sforacchiando la bara con raffiche, a sfregio, a volerlo ammazzare una seconda volta. La bara venne seppellita dai carabinieri, costretti dagli eventi a fare le veci di becchini, irreperibili quel giorno. L’autore dell’impresa era Salvatore Pellegrino conosciuto come “l’uomo mitra.”

Ma anche dall’altra parte della barricata non mancavano assassini patentati da cinematografo. Vincenzo “Ringo” Gioffré detto anche “Sartana”, pistolero affermato, celebre bandito.

Venne arrestato alle nozze di sua figlia, sul sacrato della Chiesa nel pandemonio tra chicchi di riso, donne svenute, sommosse famigliari, sudati appuntati baffuti. Per sopravvivere nella latitanza alla macchia nei boschi mandava lettere minatorie ai fini d’estorsione. La filastrocca recitava così:

“Un turbine di polvere, un grido di terrore. Arriva Sartana: Vincenzo Domenico Giuffrè, latitante di Seminara.”

 

F. Mosso

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