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Vedi Sochi, pensi a Torino 2006

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Vedi Sochi, pensi a Torino 2006

Alzi la mano chi, guardando la Cerimonia di Inaugurazione dei XXII Giochi Olimpici Invernali a Sochi non sia andato con la memoria ai momenti gloriosi di otto anni fa esatti, giorno più giorno meno. Alzi la mani chi non abbia soffocato una risata di stupore vedendo che, durante la cerimonia, un cerchio dei 5 è rimasto un pallino, dando vita a un simbolo “Monco”, che per molti è un innegabile segnale di malaugurio.

Al netto del pensiero, carico di comprensione, per chi sta lavorando da anni a questo spettacolo e ne vede una fetta – importante – rovinata in dieci secondi.

Alzi la mano a chi guardano la pista da fondo non ritorna con gli occhi a Pragelato, chi esultando ieri per Armin Zoeggeler non si sia ricordato del suo trionfo torinese, eccetera.

Già. Perchè sarà opinione personale di chi scrive, ma sembra che questi giochi di Sochi, complice forse un fuso orario che le rende più fruibili rispetto a Vancouver 2010, e a una copertura di Sky/Cielo (in chiaro) che ti fa perdere pochissimo, siano più vicini a Torino di quello che sembra.

I punti di contatto ci sono, eccome: uno stadio grande che ha ospitato la cerimonia (fino a Torino questi eventi mantenevano un carattere un pò più “provinciale”, dal 2006 in poi l’impronta è stata simile a quella dei Giochi estivi), uno spettacolo che, quantomeno nell’evento finale, vedrà lo stesso deus ex machina di quelli dell’Olimpico (Marco Balich, ne parleremo in un’altra occasione). Sarà, ma più di quanto accadde nel 2010, a chi scrive in questi giorni torna insistentemente alla memoria quel paio di settimane glorioso.

L’emozione e le lacrime dei torinesi nel vedere passare per la città la fiaccola, le stesse lacrime ripetute per gioia all’accensione del braciere e per malinconia al suo spegnimento. Le notti bianche, le cinquecentomila persone e più in centro. Non si saliva nemmeno sui metro, anche se ne passavano in continuazione. Il pellegrinaggio a vedere la fiamma ardere sopra l’Olimpico, i sorrisi dei volontari, mai così felici.

Furono giorni che cambiarono per sempre la nostra città. Da un lato, in peggio; i Giochi sono costati 2 miliardi di euro per la realizzazione delle opere, di cui solo PalaIsozaki, Palaghiaccio, Stadio e Palavela, quantomeno in città, si possono dire in pieno utilizzo. Più un miliardo e mezzo per la sola organizzazione a carico del Toroc. Il che ha indebitato le casse di Palazzo Civico, debito che ancora oggi pesa come un macigno.

Ma anche in meglio: sarà un luogo comune, ma da allora Torino scoprì che si, si può vivere oltre la Fiat. Un dato utile, dal momento che il futuro sembra direttamente senza, la Fiat.

Si può vivere di turismo, cultura, si possono avere ristoranti aperti oltre le 22, si possono valorizzare i monumenti e ritrovarne altri (caso clamoroso la Reggia di Venaria). Torino scoprì di essere brava a organizzare e gestire gli eventi, e le celebrazioni per l’Unità d’Italia di 2 anni fa lo confermarono, in attesa del prossimo anno in cui saremo Capitale dello Sport.

Torino scoprì di essere “attractive” per i turisti (e lo è ancora oggi, praticamente unica città d’Italia non alle prese con un crollo del numero di visite), e per chi per esempio ci vuole fare un concerto: Olimpico e Isozaki sono diventati l’arma vincente della Mole, che ora non è più in gara con Milano, ma ci si è affiancata, che tradotto significa che se due volte sono i fans torinesi a dovere andare a Milano per un evento musicale, altrettante sono i meneghini a compiere il tragitto inverso. E poi MiTo, e poi le mostre-evento (Renoir, Degas). Torino ora è eventi. E’ cultura. E’ attrattiva. E tutto, giriamoci pure intorno finchè ci pare, parte da quei gloriosi, costosissimi giorni del 2006.

Passion (still) lives Here.

Andrea Besenzoni

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