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Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino

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La storia di Danilo Castelli è la storia di una persona fortunata.

Nato a Trino Vercellese nel 1917, Danilo Castelli si è spostato a Torino per studiare nel Liceo Scientifico Galileo Ferraris, che allora era l’unico Liceo scientifico del Piemonte.

Poi la Facoltà di Medicina, la laurea in tempo di guerra e tantissimi anni di professione. A 97 anni, portati in maniera splendida,

Danilo Castelli si dedica ancora alla fotografia, suo hobby da molti anni; tra i suoi soggetti, negli ultimi tempi c’è anche il cielo che copre Torino con le sue nuvole. «Sono stato molto fortunato nella vita – ci ha detto lui stesso – credo di aver sempre avuto una specie di angelo custode».

In questa vita fortunata il percorso di Danilo Castelli si è incrociato tante volte con quello di tanti sportivi che sono rimasti nel cuore dei loro tifosi, a cominciare dai giocatori della mitica Pro Vercelli degli scudetti. «Da ragazzino ho praticato tutti gli sport, ma soprattutto il calcio – ricorda Castelli – Mia madre aveva pensato di mandarmi a suonare il pianoforte, visto che mi piaceva la musica. Mi aveva mandato da una suora a imparare, solo che questo asilo (dove si sarebbero dovute svolgere le lezioni, ndr), era nel piazzale dove si giocava a pallone in paese e io marinavo per giocare. Sono stato in collegio, poi tornato in paese sono approdato agli Allievi della Pro Vercelli. La squadra si chiamava Veloces, e aveva una maglia gialla. Era la squadra in cui avevano militato il famoso Piola, Depetrini della Juventus e Ferraris II».

Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino
Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino

 

Teobaldo Depetrini era il mediano della Pro Vercelli, giocò poi nel Torino e nella Juventus, che allenò ai tempi di Boniperti e Sivori. Pietro Ferraris, invece, fu Campione del Mondo nel 1938. Per un ragazzino, accedere al settore giovanile delle Casacche Bianche era un’avventura notevole.

« Allora la Pro Vercelli era ancora in serie A – spiega Castelli – e io ebbi la fortuna di avere come sponsor, diciamo così, Milano I, che era il centro mediano della Pro Vercelli degli scudetti, e che mi aveva visto giocare. Giuseppe Milano, lo chiamavano Milanone perchè era un marcantonio, mi aveva preso a benvolere, sotto la sua ala, e mi ha inserito nella società».

L’esperienza nella Veloces, interrotta per lo studio, si è poi trasformata in una serie di presenze in Prima squadra.

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«Era tempo di guerra, il campionato era stato fatto solo per l’Italia, settentrionale, perciò prendevano anche le rape come me, che giocavo terzino. La Pro Vercelli era finita in serie C e il campo non aveva ancora la tribuna in cemento, i sedili erano di terra tenuta da assi. Io giocavo come ala sinistra all’inizio, e giocavo bene, poi é mancato il terzino sinistro e allora non c’erano ancora molti giocatori in rosa, perciò mi hanno fatto fare qualche partita, ma ero il re degli autogol».

Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino
Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino

 

I ricordi delle partite sono ancora molto vividi

«Una volta eravamo a Novara e dietro a una porta del loro campo svettava la torre di San Gaudenzio; il gioco in quel momento era sulla porta avversaria, e io da terzino ero a metà campo, ho guardato la torre, mi sono distratto e non ho visto il pallone che mi superava, così abbiamo perso per quel gol. Volevano ammazzarmi!».

La squadra che ha seguito il destino di Danilo Castelli, però, è il Torino, di cui è stato tifoso fin da bambino. «Quando ero piccolo, avevo un cugino da parte di madre che riusciva a conoscere tutti e a intrufolarsi dappertutto. Un giorno, avrò avuto dieci anni, arrivò a casa mia, a Trino, con Rossetti. Era il periodo in cui giocavano lui, Baloncieri e Libonatti».

Per onor di cronaca: Julio Libonatti e Gino Rossetti sono ancora al secondo e al terzo posto nella classifica dei migliori cannonieri granata di sempre. «Mia mamma cucinò la panissa, poi andammo in paese con lui, mio cugino e mio padre, giocammo a biliardo e mi lasciò una sua foto.Ero piccolo, mi diedi molte arie perché era un evento eccezionale».

Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino

Da medico, Castelli ebbe a che fare con il Grande Torino. Nel dopoguerra, la figura del medico societario non esisteva ancora, e le società si rivolgevano a vari ospedali a seconda delle necessità.

I granata, in particolare, facevano riferimento all’asstente di Achille Dogliotti, Emanuele Micheli. Alla clinica medica universitaria delle Molinette, Micheli aveva a sua volta un assistente, proprio Danilo Castelli. «Molte volte, quando si trattava di visitare qualche giocatore, delegavano me». In particolare, Castelli entrò in contatto con Ezio Loik e con Giuseppe Grezar.

« A Loik ho curato il paratifo, a Grezar una pleurite. Grezar era un ragazzo meraviglioso, con un gran fisico, ma era soprattutto buono. Quando veniva per il controllo in ospedale, se ero in sala visite, mi aspettava appoggiato al muro, tranquillo, senza pretendere trattamenti di favore. Loik invece abitava vicino a via Vinadio, nella mia stessa zona».

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Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino

Poi il Torino si interessò a Eusebio Castigliano, giocatore della Pro Vercelli. «La Pro Vercelli voleva per Castigliano, che era il mediano sinistro, 300mila lire, il presidente del Torino Novo però ne offriva 200mila. Quando gli feci la visita di assunzione fu lui stesso a chiedermi di aiutarlo mettere d’accordo i presidenti, visto che eravamo concittadini». Alla fine, Castigliano vestì la casacca granata per 250mila lire. «Voleva tantissimo giocare nel Torino, non sapeva certo come sarebbe andata a finire». Come altri giocatori, Castigliano viveva nella zona dietro corso Ferrucci.

«Lui abitava in Via Moretta, sempre vicino a me, e allora non ci si allenava tutto il giorno, solo al pomeriggio. Al mattino la moglie per levarselo di torno, diciamo così, lo faceva uscire con la figlia Paola, che era bambina. Le nostre famiglie avevano fatto amicizia, perché eravamo entrambi vercellesi». Castelli frequentò anche Virgilio Maroso.

«Andavo spesso al Filadelfia a trovarli, e penso sempre che Maroso seguì la squadra in Portogallo come premio, quando avrebbe dovuto restare a casa. Dopo il 4 maggio 1949 non ho seguito il calcio per molto tempo». Nel periodo del Grande Torino tutti in città giocavano a calcio. Alle Molinette fu lo stesso Achille Dogliotti a organizzare un derby chirurghi-medici, vinto da quest’ultimi con Castelli come allenatore in campo, e il celebre chirurgo nelle inedite vesti di portiere. La partitella ebbe un risvolto tra il comico e il romantico. «Non so come avevamo fuso le due squadre delle Molinette, chirurghi e medici, e siamo andati a giocare contro i medici di Nizza, in Francia. Il Torino Calcio, tramite Dogliotti e me, ci aveva prestato il Conte Rosso, il pullman che portava la squadra del Grande Torino in giro per l’Italia in trasferta». Anche quando si tratta solo di medici, gli italiani hanno spesso la meglio; Castelli i suoi vinsero la partita due a zero.

«Dopo la vittoria 2-0 siamo andati a mangiare nella zona alta di Nizza, dove venivano coltivati i garofani. Era maggio-giugno del 1948 e quando i coltivatori videro passare il Conte Rosso credettero di aver visto il Grande Torino. Ci fermarono e riempirono il pullman di garofani, c’era così tanto profumo che per poter respirare abbiamo dovuto aprire tutti i finestrini».

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La vita professionale portò Danilo Castelli a interessarsi alle malattie parassitarie e a lavorare al laboratorio batteriologico dell’Ufficio d’Igiene. Una serie di circostanze lo portarono a curare dalla malaria il titolare di un celebre negozio torinese, che prese a raccomandarlo ad amici e conoscenti, tra cui un altro grande nome dello sport piemontese: Fausto Coppi.

 Danilo Castelli, dalla Pro Vercelli al Grande Torino

«Mi telefonarono dicendomi che c’erano Coppi e Luigi Cillario, che allora era il vicepresidente del Torino, che dovevano partire per l’Africa. Era la fine di novembre, e dovevano fare la vaccinazione contro la febbre gialla.L’Ufficio d’Igiene era l’unico posto in cui fosse possibile fare quella vaccinazione in Piemonte». In burkina faso, però, Coppi contrasse la malaria. Mentre li vaccinavo dissi a Cillario di fare attenzione alla malaria, e consigliai di acquistare del Paludrine. Quando si trovarono con gli altri, tra cui Geminiani, all’aereoporto di Parigi, Cillario acquistò il medicinale, ma è chiaro che Coppi non lo assunse». Cillario, infatti, sopravvisse anche se gli venne diagnosticata una lieve forma malarica. Al ritorno a Torino lo stesso Cillairo mi disse di aver visto Coppi e Geminiani uccidere delle zanzare dopo una battuta di caccia. Al 29 di dicembre lo portarono in ospedale a Tortona, ma anche Astaldi non poté fare nulla».

La prova di questo incontro fa ora parte dei cimeli della famiglia Castelli. «Qualche settimana dopo il fatto ricevetti una cartolina dall’Africa, da parte di Cillario e Coppi. Chiesi a mia moglie di conservarla e la nascose così bene che non la trovammo per vent’anni. Quando la ritrovai, la regalai a mio genero che fino ad allora non aveva creduto ai miei racconti”

 

Giulia Ongaro

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