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Toro: tra gioia e senso di colpa

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Togliamoci il dente subito, partiamo dal senso di colpa, quello che ha guastato in parte una domenica stupenda: il successo contro l’Atalanta è arrivato grazie a un rigore che non c’era. Possiamo ripeterci che siamo sempre ampiamente in credito, possiamo rivangare la rete di Stendardo viziata da un clamoroso offside di Yepes all’andata (e sarebbe giusto ricordare che il Toro, nonostante il torto, nel dopogara mise la faccia, a differenza della squadra di Colantuono), ma sarebbe un modo per far smettere di far brontolare la coscienza e nulla più.

Il retrogusto amaro che ha assaporato la maggioranza dei tifosi quando hanno realizzato che l’uscita spericolata di Consigli su un coraggioso Cerci non era irregolare, come poteva sembrare dallo stadio, è un fatto, ma è anche un (bel) segnale di come, anche nel calcio di oggi, per qualcuno conti ancora il “modo” in cui arriva un gol.

youfeed-torino-atalanta-1-0-tagliavento-sbaglia-cerci-ringraziaLa classifica più bella della storia recente (sesto posto con Verona e Parma, a un punto dall’Inter: in altri termini, zona Europa League), però, fa sorridere eccome e arriva, paradossalmente, nel giorno in cui i granata sono meno brillanti, ma, al tempo stesso, intelligentemente pazienti. Contro un avversario che è venuto a non giocare a pallone, gli uomini di Ventura non perdono la testa, rischiano zero (solita difesa di granito) e finiscono con lo spuntarla ancora una volta, dopo aver messo in campo tutto quello che avevano nella pancia. Al di là dell’aspetto tecnico del match, sono tante le piccole gemme che possono far gioire Maratona e dintorni, anche senza guardare la graduatoria.

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Il primo motivo si chiama Matteo Darmian: giocatore che privilegia i fatti alle parole, l’ex rossonero gioca l’ennesimo partita che sposta più in là l’asticella della sua “miglior prestazione in granata”. Da giocatore affidabile in copertura, ma timidino in avanti, si è trasformato in un cursore in grado di dare continuamente appoggio a Cerci, pur senza perdere smalto in difesa. L’azione gladiatoria con cui ha conquistato il secondo rigore, stavolta solare,  dovrebbe attribuirgli di diritto sia il titolo di “Beniamino della curva” che un posto in nazionale, ma questa è un’altra storia.

Il secondo si chiama Ciro Immobile: dopo le prodezze sul bagnato di Reggio Emilia, gioca un’altra gara enorme, alternando la corsa da mezzofondista africano alle punture da centravanti zemaniano. Questo Ciccio Graziani 2.0 dimostra di avere un cuore immenso quando, dopo il rigore fallito al 90’, ha la capacità di servire un Meggiorini meglio piazzato, invece di cercare gloria personale: al servizio della squadra, in tutto e per tutto. La Maratona ha capito e, a fine partita, ha cantato ancora più forte il suo nome, facendolo uscire dal campo con gli occhi gonfi di commozione.

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Il terzo si chiama Alessio Cerci: uno che, dopo uno scontro col portiere avversario, ancora frastornato e con la schiena dolorante, si prende la responsabilità di calciare un penalty pesantissimo e lo trasforma, è da Toro, stop.

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Il quarto è il trio Maksimovic-Glik-Moretti, per gli amici Maginot. Il serbo è un talento che quando decide che non si passa, non si passa. Il capitano ha lasciato il fratello scarso delle prime partite in soffitta, per tornare il grande difensore che è e che solo chi si è fatto istupidire dal millesimo replay del fallo su Giaccherini non ammette che sia. Su Moretti sto iniziando a finire gli aggettivi: dà così sicurezza, che converrebbe installarlo in casa propria al posto di un allarme.

Il quinto è il terzetto Padelli-Masiello-Meggiorini, non proprio i più amati  dalla tifoseria, ma stanno facendo il loro. Il portiere, oltre a dare qualche sicurezza in più, dimostra di tenerci davvero e regala una dichiarazione da signore sul rigore decisivo a fine partita che riconcilia col mondo. Il terzino, ex reietto, è al secondo match consecutivo più che dignitoso. L’attaccante mette in campo l’ennesima prova grintosa, quando serve far legna, regalandosi anche qualche dribbling entusiasmante. Per la rete, visti i due errori in pieno recupero, iniziano a essere troppi i santuari da visitare. In parole povere, anche gli ultimi possono essere, se non i primi, almeno utili a questo Toro.

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Il sesto motivo è quello che in molti si porteranno nel cuore, anche a distanza di anni: a 10’ dal termine, con l’Atalanta in forcing e i padroni di casa in affanno, lo stadio intero ha intonato l’Aida per confortare la squadra, una bolgia che è materialmente scesa in campo per dare ai ragazzi le ultime energie nervose e fisiche necessarie a completare l’opera.

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Mentre il progetto di Ventura continua a crescere, mentre si andrà a casa del Diavolo rossonero sapendo di affrontare una partita difficile, ma senza partir battuti, ci si interpella se il sogno Europa League sia praticabile o no. A mio avviso è un obiettivo difficile da raggiungere e che non sarebbe un dramma non conquistarlo, ma sarebbe criminale non provarci, anche perché certe circostanze favorevoli (le milanesi e la Lazio così sottotono, per esempio) difficilmente si ripetono. In piccolo,  viene in mente il Verona ‘84/’85: ritrovatisi in lotta per lo scudetto per una serie di circostanze non previste, alla fine l’ha vinto. Nel calcio moderno un Verona che arriva il titolo, forse, non ci sarà più, ma un Toro che si regala l’Europa forse può ancora avere spazio.

Francesco Bugnone



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