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Templari, il mistero senza fine che porta alla Sindone

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Parlare di Templari, si sa, spesso significa parlare di leggende più che di reali fatti storici.

L’ordine dei Templari, il più famoso ordine cavalleresco, difatti, è conosciuto dai più per i miti che per le cronache legate alle crociate (la difesa dei pellegrini) e alla finanza (la gestione dei beni ed il sistema bancario amministrato dai cavalieri del tempio è uno dei più capillari che la Storia ricordi).

Perfino sulla loro fine, voluta da Filippo il Bello nella prima decade del ‘300, e conclusasi con i roghi di de Molay e Charnay il 18 marzo 1314, aleggiano molte leggende, che vanno dalla definitiva scomparsa delle tracce del tesoro del Tempio di Gerusalemme (tema trattato da molti autori, ma reso famoso al pubblico dal cinema americano) alla più macabra nascita della stirpe dei cosiddetti rois maudits, i re maledetti: tradizione difatti vuole che de Molay, in punto di morte sul rogo, maledicesse il Papa e il re. Tuttavia, mentre il Papa morì il mese dopo, esaurendo immediatamente la maledizione, Filippo il Bello (che peraltro morì il dicembre dello stesso anno) vide l’anatema estendersi alla progenie, a tal punto che alcuni storici narrano che il boia Charles-Henry Sanson, nell’istante prima di giustiziare Luigi XVI, gli sussurrasse all’oreccchio:  “Sono un Templare, e sono qui per portare a compimento la vendetta di Jacques de Molay”.

Templari, il mistero senza fine che porta alla Sindone

Ebbene, tra i tanti miti (il santo Graal, l’arca dell’Alleanza, il tesoro del Tempio, la nascita della massoneria) uno in particolare, in quest’anno non casuale, ad esattamente 700 anni dalla morte di de Molay, potrebbe rivelarsi un fatto storico straordinario.

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La studiosa Barbara Frale, ufficiale dell’Archivio segreto Vaticano, sostiene che esistano le prove della custodia della Santa Sindone da parte dell’Ordine dal 1260, anno del ricevimento in donazione da parte del duca di La Roche, al 1314 appunto, anno in cui questa venne donata ad un’importante famiglia feudataria, per evitare che finisse nelle mani degli emissari della Corona.

Di per sé, questo fatto ha una doppia valenza simbolica: non solo ricostruirebbe 60 anni di “buio” della storia della reliquia più discussa, ma avvalorerebbe le tesi degli autenticisti, dato che gli esami svolti al Carbonio-14 datavano il tessuto tra la fine del 13° secolo e la fine del 14°.

Tra le prove portate a favore di questa versione vi sarebbe niente meno che… il Diavolo.

Templari, il mistero senza fine che porta alla Sindone

Già, perché al processo-farsa fatto all’ordine templare, una delle accuse portate ai monaci-guerrieri era quello di adorare una divinità pagana, Bafometto, che veniva rappresentato a volte come un essere dal volto caprino (peraltro versione più conosciuta, anche se meno corretta), a volte come un uomo barbuto senza collo e dai capelli lunghi.

Bafometto, la forma caprina ed il pentacolo, che venne “rovesciato” in un secondo momento storico, vennero successivamente ricondotti al Diavolo (o ad altri demoni delle legioni infernali), ma pochi ricollegarono il volto dell’uomo barbuto alla Sindone.

Eppure il collegamento, come spiegato dalla Frale, è molto chiaro nell’iconografia relativa: a differenza delle rappresentazioni cristiche classiche (un uomo barbuto sì, ma con collo e aureola) difatti, il volto riportato su numerosi oggetti attribuiti all’Ordine non ha l’aureola, poiché il volto impresso sulla sindone è del Cristo morto, “umano”, non di quello divino – quindi con aureola – della resurrezione; e la mancanza del mento sarebbe dovuta alla posizione del corpo nel sudario.

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I templari dunque non veneravano un dio pagano, ma il Cristo morto, esattamente come avviene ancora oggi nella ricorrenza del Corpus Christi.

Templari, il mistero senza fine che porta alla Sindone
Non mancano tesi contrapposte ovviamente: il volto riportato sugli oggetti potrebbe essere quello del velo della Veronica,  e non ci sono prove sistematiche di un’effettiva custodia da parte dei cavalieri della Sindone.

E’ giusto però fermarsi qui, lasciando volutamente un alone di mistero, come da sempre meritano le leggende.

Del resto, non serve ai cattolici sapere la storia di una reliquia per venerarla, né serve ai sognatori conoscere le cronache medioevali per rivivere le gesta dei cavalieri.

V.

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