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Dieci nuovi centri commerciali a Torino. Servono?

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Parcheggi sterminati, scale, ascensori, tapis roulant, negozi per lei, negozi per lui, negozi per i bimbi, scaffali chilometrici e code ancora più lunghe.

Si può riassumere così, un po’ cinicamente, quello che è diventato lo specchietto per le allodole per eccellenza negli ultimi 20 anni: il centro commerciale. Croce per stuoli di uomini intrappolati di sabato pomeriggio e delizia per le malate di shopping o le semplici massaie in cerca del risparmio estremo,

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lo stesso concetto di centro commerciale anima da anni il dibattito tra le grandi catene multinazionali, in cerca di un luogo di aggregazione in cui “intrappolare” i consumatori, e i piccoli negozianti, danneggiati dalla impari concorrenza dei prezzi su larga scala. Un diatriba socio-economica che a Torino l’amministrazione comunale sembra voler risolvere a modo suo.

“Costruiremo dieci nuovi centri commerciali in città” ha dichiarato qualche settimana fa Stefano Lo Russo, assessore all’Urbanistica, sulle pagine di Repubblica. Tutto è partito dalla ricerca di fondi per il mega centro congressi da 5.000 posti nell’area ex Westinghouse, una struttura di livello internazionale per ospitare i grandi meeting del prossimo biennio.

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“Il Comune non ha i soldi per le tante opere necessarie e quindi servono fondi privati. Per questo motivo, nel caso Westinghouse è stato aperto un bando per valorizzare tutta la zona circostante ed invogliare così possibili nuovi finanziatori. La proposta che ci è arrivata è quella di realizzare un centro commerciale” ha spiegato Lo Russo e la stessa filosofia di fondo, quella del servono soldi per lo sviluppo di Torino, è alla base degli altri nove colossi dello shopping cittadino ipotizzati, che si andrebbero ad aggiungere agli oltre 210 tra grandi magazzini, ipermercati ed outlet esistenti.

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Immediata la risposta dei commercianti che, per bocca di Stefano Papini, presidente Confesercenti, hanno espresso tutta la loro preoccupazione sulle conseguenze di una simile politica: “Che il commercio sia un elemento su cui puntare non ho dubbi. Quale commercio, però? Il tessuto commerciale già preesistente è un valore. Una città non può mangiare se stessa per creare nuovo valore. Desertificare una strada vuol dire renderla più insicura e meno vivibile, oltre che far chiudere delle imprese che danno da vivere a migliaia di famiglie“.

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La situazione contingente di certo non aiuta né i proprietari di piccole botteghe soffocati dall’inflazione e dalla globalizzazione, né le casse comunali, sommerse di debiti e scadenze improrogabili. La partita è aperta, si spera solo che il conto non lo debbano pagare tra qualche anno i torinesi.

Marco Parella

 



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