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Gli imprenditori piemontesi sono degli eroi. Parola del direttore dell’Unione Industriale Giuseppe Gherzi

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Entrare all’Unione Industriale per un lavoratore è come andare dal medico: sai che ha sempre dietro le spalle una siringa che può farti molto male, ma allo stesso tempo hai la consapevolezza che è l’unico in grado di salvarti. Croce e delizia di sindacati, lavoratori ed imprese, al numero 17 di via Manfredo Fanti a Torino si erge un palazzo antipatico, esternamente brutto, senza slanci artistici, quasi demodé. L’estro e l’armonia del design non sono fondamentali per chi ci lavora dentro, servono molto di più la concretezza e l’esperienza. E nel cuore pulsante del motore economico di Torino troviamo Giuseppe Gherzi, avvocato alessandrino, da tempo all’Unione Industriale, di cui è direttore.

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Buongiorno dott. Gherzi. L’ente che lei dirige si occupa di tutelare gli interessi delle imprese in ogni aspetto che riguarda il mondo del lavoro, ma vorrei iniziare da chi in quel mondo non ci è ancora entrato. Secondo lei, l’università italiana prepara i ragazzi per il loro futuro?
Credo che l’università debba fornire una formazione di base. Diffusa, ma comunque di base, perché è inevitabile che ciascuno impari poi direttamente sul campo le nozioni utili al suo lavoro. Sarebbe invece opportuno che la vicinanza con la realtà delle imprese, non la si abbia solo al termine, ma durante il percorso formativo. Reputo necessarie delle esperienze che portino i ragazzi a respirare il mondo aziendale già al liceo, magari con degli stage, per poi proseguire con un’alternanza tra lavoro e studio anche all’università. Un modo per applicare in maniera pratica ciò che si impara sui libri.

Lei intende lo stage in forma retribuita o totalmente gratuito?
Se inserito all’interno di un sistema scolastico può anche essere gratuito, perché fa parte di un momento formativo. Se invece lo stage arriva a conclusione del periodo universitario ed è quindi preparatorio ad una futura attività professionale, allora è giusto che sia pagato.

Quanto ci guadagnano le imprese dallo strumento stage?
Le imprese sono le migliori agenzie formative per i giovani, ad esempio con i contratti di apprendistato che, per loro natura, prevedono delle ore riservate alla formazione on the job. Io penso che chi è in stage deve essere seguito dalla sua azienda, ma può anch’egli dare molto al proprio datore di lavoro.

Considerando il tasso record di disoccupazione giovanile attuale, crede che i giovani italiani siano meno bravi, meno preparati o semplicemente abbiano meno opportunità dei pari età stranieri?
No, la scuola italiana non è né meglio né peggio di altre. Probabilmente manca quel link tra scuola e impresa di cui parlavamo prima. Detto questo, nel nostro Paese abbiamo delle eccellenze in fatto di formazione, come lo stesso Politecnico di Torino, scelto da un numero sempre maggiore di studenti stranieri come sede dei propri studi.

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Recentemente Unioncamere ha elogiato l’export delle imprese piemontesi, ma c’è invece ancora qualcuno che dall’estero viene ad investire in Piemonte?
Meno di prima, sicuramente, ma è un problema dell’intero Paese, non locale. L’Italia offre alle imprese condizioni non favorevoli.

Per quale motivo? Apparato burocratico ridondante, infrastrutture mancanti o corruzione?
A mio parere le tre cause più significative delle difficoltà per chi vuole investire in Italia sono, come diceva lei, l’eccessiva burocratizzazione, poi le tasse elevate ed un mercato di lavoro molto rigido. Nonostante questo, però, in molti credono ancora nel Piemonte. La Petronas, multinazionale malese, di recente ha creato a Cambiano-Villastellone il suo unico centro di ricerca europeo, investendo circa 50 milioni di euro. E la stessa General Motors, insediatasi alla cittadella del Politecnico in occasione dell’interruzione del rapporto con Fiat, ha sviluppato qui l’unico suo centro di ricerca al mondo sui motori diesel, assumendo centinaia di ingegneri locali. Qui si trovano giovani preparati.

Si trova anche manodopera qualificata over 40 e 50. Per loro però è più difficile rientrare nel mercato del lavoro, una volta usciti. Perché?
Sono due gli aspetti da considerare. In primis, i lavoratori devono entrare in una nuova logica: bisogna continuare a formarsi e aggiornarsi durante tutta la carriera. Non è più come una volta, la tecnologia ed il modo di lavorare sono cambiati e cambieranno sempre di più. Se perdi il lavoro e tu, o la tua azienda, non avete investito in un’adeguata formazione, le difficoltà a rientrare saranno maggiori. D’altro canto, ciò che manca in Italia sono le politiche attive del lavoro. Quando un’azienda chiude, c’è la necessità di riqualificare quel personale, perché magari hanno più possibilità a trovare un nuovo impiego in un altro settore e qui servono le politiche attive.

In questo senso, ad imprese e lavoratori serve la cassa integrazione?
Serve se ci si trova in un periodo di flessione dell’attività produttiva o di ristrutturazione aziendale. Però si deve impiegare quel tempo per formare i propri dipendenti, in vista di un riassorbimento nel momento in cui il mercato riparte. Non serve se io azienda interpreto quegli ammortizzatori sociali, cassa o mobilità, come assistenzialismo. Se parcheggio gli operai da un lato le uniche cose che ottengo sono di disilluderli, mortificarli, disabituarli al lavoro e, in qualche caso, alimentare il lavoro nero.

Nel suo periodo più buio, la Fiat meritava di fallire?
Guardi, neanche il liberismo americano ha consentito ai grandi asset strategici per il Paese di fallire, lo stesso Obama non ha permesso la bancarotta delle grandi case automobilistiche statunitensi e le ha rifinanziate. Diverso è quando si fa del puro aziendalismo e l’impresa è fuori dal mercato. Le faccio l’esempio del Sulcis, dove c’è una vertenza che dura da anni, un’azienda che ha costi pazzeschi e sopravvive solo grazie ai contributi statali. Non ha futuro. Probabilmente una riqualificazione e generazione di un nuovo tipo di impresa sarebbe molto più utile per le casse dello Stato e per i dipendenti.

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Come giudica l’operato di Marchionne sul piano internazionale e locale?
È un tutt’uno, non distinguerei le due cose. Marchionne ha salvato la Fiat due volte: la prima quando dieci anni fa è stato nominato amministratore delegato in una situazione drammatica ed è riuscito a farsi finanziare da General Motors; la seconda 4 anni fa, allorchè ha iniziato l’avventura con Chrysler, perché senza il polmone americano il destino della Fiat sarebbe stato segnato.

Marchionne ha forse illuso i lavoratori con il progetto di “Fabbrica Italia”?
Io so solo che se fosse arrivato un acquirente straniero la filiera dell’automotive locale ne avrebbe risentito pesantemente. In Piemonte ci sono oltre 1.000 aziende legate al settore e di queste più di 700 sono a Torino. Tutto questo mondo si sarebbe fortemente ridotto perché i fornitori tendenzialmente stanno vicino agli stabilimenti di montaggio e se gli stabilimenti diventano marginali la filiera non regge. Quando Marchionne lanciò l’ipotesi di “Fabbrica Italia” erano altri momenti. Poi è arrivata la crisi, non c’erano più le risorse per portare avanti quel progetto e ora la speranza da parte nostra è che l’acquisizione di Chrysler da parte di Fiat comporti risorse maggiori di prima e il mantenimento in Italia del gruppo e dell’indotto.

Quanto lavoro c’è adesso a Torino?
Per come la vedo io, sbaglia chi pensa che Torino debba cambiare vocazione, Torino deve rimanere con una vocazione manifatturiera forte, soprattutto nel comparto della meccanica. Però in un mondo che cambia e con il settore dei servizi che cresce ci possono essere nuove realtà: penso alle nanotecnologie, all’area tecnico sanitaria e al rafforzamento della scuola per far aumentarne l’appeal nei confronti dell’estero. Senza dimenticare l’enorme potenziale turistico della zona.

Cosa sta facendo la politica per il futuro di Torino?
A livello nazionale abbiamo bisogno che ritornino le condizioni per mantenere le aziende qua e attrarne di nuove. Come? Meno tasse, mercato di lavoro più libero, aiutare l’export (ad esempio togliendo l’Irap dai beni che esporto). A livello regionale e comunale devono integrare queste politiche e fornire alla comunità un territorio con una qualità della vita alta, per poter attrarre investimenti. Non è indifferente per esempio avere scuola americana a Torino, perché quando azienda statunitense deve decidere dove posizionare una filiale, guarda anche queste piccole cose. È un plus per i manager e le loro famiglie che si devono trasferire.

Quanto influirà la situazione caotica che si è venuta a creare in Regione?
Ci blocca completamente perché noi avremmo sempre bisogno di un interlocutore in piena attività e ora invece per i prossimi 6 o 7 mesi sarà tutto fermo. Abbiamo bisogno di organi di governo attivi, rapidi ed efficaci e questa situazione è solo la dimostrazione dell’inefficienza della giustizia italiana: ha tempi troppo lunghi e mentre tutto rimane bloccato, le aziende non riescono a far valere i propri diritti, a far rispettare i contratti, a recuperare i crediti dai fornitori. La non certezza del diritto è un altro dei mali del nostro Paese che allontana gli investitori.

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Quante vertenze avete in corso che necessiterebbero dell’interlocutore della Regione?
Centinaia.

Hanno ancora senso i sindacati in questo Paese?
In Italia i sindacati non sempre hanno colto la velocità del cambiamento del mondo delle imprese e i tempi in cui mutano le loro ideologie sono lunghissimi e mal si adeguano alle esigenze delle imprese. In tutto questo ci sono poi sindacati che sono completamente fuori dal sistema, penso alla Fiom, un’organizzazione che mi sembra rappresentare più interessi politici che sindacali, occupandosi anche di cose che non sono di stretta pertinenza. Non si capisce, infatti, come la Fiom possa essere contraria alla Tav, che paradossalmente dovrebbe portarle posti di lavoro. Ci sono forme di ideologia. Io credo che in un Paese civile, democratico, avere un sindacato più vicino alla realtà delle imprese, più vicino a quelle che sono le esigenze dei lavoratori e meno ideologizzato e centralizzato, sarebbe molto opportuno. Per questo motivo crediamo che sia necessario alleggerire di molto il peso dei contratti collettivi nazionali. È ora di riportare il focus sulla responsabilità ed il coinvolgimento dei sindacati, dovrebbero vivere al fianco dell’impresa nei momenti di crisi.

Con la parola “alleggerire” intende, per esempio, derogare dal contratto nazionale per casi specifici?
In Germania hanno sottoscritto delle clausole di uscita dal CCN, hanno anche deciso, per salvaguardare il posto di lavoro, di accettare una riduzione del salario o, al contrario, aumenti dell’orario di lavoro. Serve un sindacato molto più responsabilizzato per consentire anche alle imprese di vedere il sindacato non come avversario, ma come un partner all’interno delle aziende.

Ai tempi delle grandi lotte sindacali, l’obiettivo era ottenere qualcosa in più per i lavoratori. Ora invece il fine sembra quello di mantenere inalterato lo status quo.
Vero e questo è un tappo, perché in un momento come l’attuale, con la globalizzazione ed il mondo del lavoro così diverso, probabilmente bisogna rimettere in parte in discussione anche ciò che si è acquisito nel passato, senza per questo togliere al lavoratore delle tutele essenziali.

Mi fa il nome di un manager vincente qui in Piemonte?
Sergio Marchionne, senza dubbio. Ma ce ne sono moltissimi altri. Tutti gli imprenditori che operano su un territorio così difficile sono degli eroi. Se gli imprenditori italiani potessero operare in un Paese senza questi vincoli, sono sicuro che conquisterebbero il mondo, perché riescono a crescere anche in una realtà difficilissima come quella presente. Chapeau a loro.

Marco Parella

 

 



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