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Il tempo di una Torino che fu vive ancora nel 2014 – reportage fotografico

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“È tardi! È tardi!” ripeteva il Bianconiglio guardando il suo enorme orologio da tasca e scappando da una confusa Alice nel paese delle meraviglie.

Una scena che ci instrada già da piccoli verso la cultura del “chi ha tempo, non perda tempo”, del “tempus fugit” e del “carpe diem”.

La modernità ha poi fagocitato il tempo, riducendolo, almeno per la stragrande maggioranza degli indaffarati torinesi, in un fastidioso ostacolo tra un impegno e l’altro, fatto di fretta, ingorghi e nervosismo.

Nell’arco delle 24 ore (sì, comprese le ore in cui si dorme), la media in cui una persona guarda il telefonino è di una volta ogni sei minuti e dovunque, sul display, al polso, nel cruscotto della macchina, ogni oggetto che ci circonda sembra creato per ricordarci, come un Bianconiglio 2.0, che “è tardi! è tardi!”.

Ma cosa succederebbe se, come in uno di quei catastrofistici colossal americani, le apparecchiature elettroniche si fermassero e, nello stesso modo in cui vivevano i nostri trisnonni, ci si affidasse per appuntamenti e rendez-vous ai soli orologi pubblici, quelli che si trovano ancora agli angoli per le strade?

Certo, oggigiorno nessuno alza più lo sguardo agli incroci o davanti ad un campanile per controllare che ora è. Però sarebbe un buon esercizio storico-culturale provarci e proprio questo è ciò che abbiamo tentato.

Una passeggiata nel centro della nostra elegante città, alla ricerca degli ultimi testimoni di un’epoca che fu, quando la fretta era cattiva consiliera e la flemma una virtù.

Ne è venuto fuori un reportage intenso.

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