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Oldboy secondo Spike Lee

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Joe Doucett è un uomo dal destino segnato. Lo capisce lo spettatore già dai primi minuti della pellicola. Ma lui non lo sa. Questa è la principale chiave di lettura di Oldboy, il nuovo film di Spike Lee, remake dell’omonimo lungometraggio firmato da Park Chan-Wook nel 2004.

Joe Doucett è il classico stronzo, marito infedele, che non riesce ad essere un buon padre per la figlia Mia. Una sera, in preda alla disperazione, vaga per la città, e il mattino dopo si ritrova improvvisamente prigioniero in una stanza d’albergo, senza saperne il motivo. Come se non bastasse, viene a conoscenza, attraverso un televisore, che la moglie è stata violentata e uccisa, e lui è ritenuto responsabile di questo orrendo crimine. Da questo momento, il suo unico scopo nella vita sarà la vendetta. Passano vent’anni e un giorno Joe viene inspiegabilmente liberato dalla sua “prigione”. Il suo aguzzino, Lo Straniero,  lo sfida a scoprire la sua identità e il perché gli abbia fatto patire tutto questo; ma ciò che si rivela importante non è sapere perché Joe sia stato imprigionato, bensì il motivo per cui è stato liberato. E questo si capirà solo nel drammatico confronto finale tra i due antagonisti, dopo una serie di “ribaltamenti” costruiti con maestria dallo sceneggiatore Mark Protosevich.

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Josh Brolin incarna con vibrante intensità la parabola discendente di un uomo distrutto in partenza, che però, attraverso la vendetta, cerca di “risalire la china”. Nella pellicola compare anche Samuel L. Jackson nella indiscussa, superba interpretazione del carceriere materiale di Joe Doucett, al soldo dello Straniero.

Uno dei thriller più crudi ai quali si possa assistere, ma con una sceneggiatura davvero ben scritta (e pensare che sarebbe utile rivederlo in italiano, poiché l’anteprima si è svolta in lingua originale coi sottotitoli, n.d.r.). Consigliato agli stomaci forti, contiene molte scene violente. Da oggi nei cinema.

Roberto Mazzone

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