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Cioccolatò chiude, le polemiche no

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A quattro giorni dalla chiusura di Cioccolatò è tempo di bilanci e, tra le tante notizie “dolci”, si annida anche qualche boccone amaro.

Se il giudizio finale spetta alla piazza la manifestazione è stata un successo: 300.000 persone hanno passeggiato tra le bancarelle e degustato le prelibatezze dei migliori maestri cioccolatai al mondo. Nonostante il nevischio di sabato, giornata clou dell’evento, i torinesi hanno dimostrato di gradire ancora uno dei prodotti storicamente più importanti per la città, contribuendo ad un fatturato complessivo che supera del 15% quello della scorsa edizione.

La “Sanremo del Cioccolato”, come l’ha definita l’organizzatore Eugenio Guarducci, ha riscosso consensi sia dal vivo che sul web, con il sito ufficiale preso d’assalto da oltre 30mila internauti e la pagina facebook che, durante i dieci giorni dell’evento, è arrivata ad un confortante 1.900 like.

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L’altra faccia della medaglia racconta però di polemiche già alla vigilia che sono poi continuate per tutta la durata della manifestazione.

Tutto inizia con le dure accuse dei commercianti di piazza San Carlo, preoccupati dall’invasione di turisti e soprattutto gazebi di dubbio gusto: “Non serve al commercio e a una città elegante come la nostra trattare gli spazi aulici che tutti ci invidiano alla stregua di un mercatino di paese della Jugoslavia degli anni ‘50”. Giorgina Siviero del negozio di abiti di lusso San Carlo pone l’accento su due aspetti di Cioccolatò edizione 2013: gli allestimenti definiti “terrificanti” (tendoni bianchi che, a colpo d’occhio, hanno fatto sparire una delle piazze più rinomate di Torino) e la sempre più scarna presenza tra le bancarelle degli artigiani locali a favore dei grandi marchi del settore.

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“È il caso di fare pubblicità a tanti marchi commerciali, quando in Piemonte abbiamo fior fior di produttori di nicchia?”.

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Già, gli artigiani locali in effetti sono sempre più rari a Cioccolatò, soppiantati spesso da ditte di medie e grandi dimensioni che arrivano da Salerno, Perugia o dall’estero. Un malessere che era sfociato già a marzo in una lettera scritta a La Stampa in cui i maestri cioccolatieri torinesi e piemontesi denunciavano la situazione: “Come artigiani del cioccolato, non possiamo fare a meno di ammettere che non ci riconosciamo più nel format attuale della manifestazione, nell’ambito della quale vediamo sempre più deboli quei valori di tradizione, cultura e artigianato che sono alla base della nostra attività. Crediamo fortemente che possa essere un modello vincente in altre città, dove la tradizione del cioccolato non è così fortemente radicata. Ma non a Torino”.

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Nei giorni precedenti all’inaugurazione di questa edizione, è tornata di moda anche la polemica legata ai danni che le piazze cittadine subiscono quando ospitano grandi eventi.

La consigliera della Circoscrizione Uno,  Emanuela Rampi ha ricordato come in queste occasioni siano ormai da dare per scontate le mattonelle divelte, i buchi nell’asfalto e tutto quel campionario di danni di cui gli addetti ai lavori sembrano non accorgersi. La difesa di Palazzo Civico, infatti, si basa infatti sui 30.000 euro che ogni anno gli organizzatori pagano per l’utilizzo del marchio.

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Organizzatori che, in sintonia con l’assessore al turismo Braccialarghe, non hanno nessuna intenzione di pensare ad altre soluzioni per i prossimi anni: “Stiamo toccando il 200% di incremento di visitatori. L’evento è finanziato con soldi privati, costa circa 800 mila euro e non mi sembra per nulla un evento disordinato. È una manifestazione di livello, non un mercatino di paese come dicono“.

Da lunedì gli antiestetici tendoni se ne sono andati, insieme al “cibo degli dei”. Ai torinesi restano solo un dubbio: forse Torino non è preparata a tanta bontà.

Marco Parella

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