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Sentenza “Minotauro”: la ‘ndrangheta a Torino esiste e vi spieghiamo perché

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Mole24 inaugura oggi una collaborazione che siamo certi sarà proficua e durevole con Libera Piemonte, associazione che da 18 anni è impegnata sul territorio nella lotta alle mafie. In questa nuova rubrica settimanale seguiremo con gli occhi dei volontari tutte le iniziative più importanti e significative di questo movimento nell’area piemontese e, più nello specifico, nel Comune di Torino, per dare voce ad un impegno sociale che aiuta, sicuramente, tutti noi.

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La presidente di Corte, il Giudice Paola Trovati, ha impiegato più di mezz’ora per leggere il dispositivo di sentenza. Ha snocciolato nomi e cognomi, con relative pene comminate. Non una sentenza qualsiasi, ma attesa, frutto di anni di indagini da parte della Procura di Torino: parliamo della conclusione di primo grado del cosiddetto processo “Minotauro”.

La maxi aula del Palazzo di Giustizia Bruno Caccia era gremita: Pm, avvocati di parte civile e degli imputati, parenti, ma anche gente comune. Sì, perché in molti aderenti al movimento antimafia di Libera hanno deciso di partecipare, la stessa scelta presa da Don Luigi Ciotti. Tutti presenti per assistere ad uno dei più importanti processi celebrati a Torino contro la ‘ndrangheta. Una giornata di vitale importanza perché sul piatto c’era la conferma di un fatto che per anni è stato negato dai più: l’esistenza della mafia all’ombra della Mole.

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E per la Giustizia la ‘ndrangheta a Torino è da considerarsi una realtà. Sono i numeri a testimoniarlo.

Dei 74 imputati alla sbarra 36 sono stati condannati, mentre per 38 è arrivata l’assoluzione. Visto che le assoluzioni superano le condanne, verrebbe da pensare che la sentenza non sia stata così “storica”, che non abbia testimoniato il potere della ‘ndrangheta tra Torino e provincia. Non si tratta di guardare “il bicchiere mezzo pieno”. Ed ora vi spieghiamo perché.
Delle condanne arrivate venerdì, 23 sono per 416/bis, la norma che colpisce l’associazione di tipo mafiosa. A questo bisogna aggiungere che i capi locale – ovvero le persone al comando delle cellule di ‘ndrangheta operanti nel nostro territorio – hanno ricevuto pene pesantissime. Come quella inflitta a Vincenzo Argirò, uomo di spicco del “crimine”, il gruppo deputato a compiere azioni violente, ha “preso” 21 anni di carcere, mentre Salvatore De Masi, considerato il “padrino” di Rivoli, dovrà scontare 13 anni di carcere. Le assoluzioni, nella stragrande maggioranza dei casi, sono state concesse agli imputati per i quali non era stata richiesta l’associazione mafiosa, ma indagati per altri reati.

Nevio Coral, ex sindaco di Rivarolo Canavese, condannato a
Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, condannato a 10 anni

Altro dato importante che non bisogna dimenticare è che questo processo ha punito anche i “colletti” bianchi. I soggetti politici che intrattenevano rapporti con gli uomini della ‘ndrangheta sono stati puniti duramente. Nevio Coral, ex sindaco di Leinì – comune sciolto per mafia proprio per l’influenza della ‘ndrangheta nei meccanismi municipali – è stato condannato a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte, quindi, ha confermato in pieno l’impianto della Procura, che vedeva l’ex Sindaco, uomo importante del PDL piemontese, cosciente di intrattenere rapporti con uomini dei clan, di avvantaggiare l’organizzazione mafiosa e trarre reciproco vantaggio da questo scambio.

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Diversa la pena per l’altro uomo simbolo del rapporto tra ‘ndranghetisti e la politica. Per Antonino Battaglia, ex segretario comunale di Rivarolo Canavese – altro centro sciolto per infiltrazione mafiosa – è arrivata una condanna più mite. Era accusato di aver cercato i voti dei clan per il suo sindaco, Fabrizio Bertot, per le elezioni europee del 2009. Per la Corte è responsabile del reato di voto di scambio e lo condanna a 2 anni di reclusione, ma non viene riconosciuto il 416/ter, il reato che punisce l’accordo politico mafioso.
Indicazione rilevante che si può trarre dalla lettura della sentenza è la richiesta fatta dal giudice Paola Trovati di rinviare gli atti alla Procura per approfondire la posizione di Fabrizio Bertot, ora in Parlamento Europeo, ma che, fino allo scioglimento del comune, è stato primo cittadino di Rivarolo Canavese.

Il percorso della giustizia è ancora lungo, visto che si tratta del primo grado di giudizio. Ma non possiamo che affermare che la ‘ndrangheta a Torino è una realtà e a dirlo è una sentenza di un Tribunale, pronunciata “nel nome del popolo italiano”.

 Davide Pecorelli

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