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Sandokan, la tigre della Malesia che nacque a Torino

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La  leggenda narra che Sandokan sia nato a Torino.

Sempre la leggenda, racconta che Emilio Salgari, autore di Sandokan, passeggiasse per i corridoi dei museo di storia naturale, quando ebbe l’illuminazione.

Interno, tardo pomeriggio, in uno stabile antico, del XVII secolo, più di 100 anni fa. Un uomo avanza lento, la mente altrove sotto la paglietta, in mezzo ad un corridoio.

I passi risuonano nelle stanze semivuote. Non è solo però. Centinaia di occhi vitrei lo fissano, muti.

Gli sguardi non sono inespressivi, anzi: c’è chi lo guarda fisso, atterrito, la bocca innaturalmente spalancata; chi lo fissa sornione, in sottecchi, per vedere senza essere visto.

Chi in ultimo lo guarda tra l’interrogativo e il difensivo, non sapendo cosa aspettarsi.

Sandokan, la tigre che nacque a Torino

L’uomo tuttavia non se ne accorge, guarda nelle loro direzioni, ma non li vede, il suo spirito non è lì, è via, ora in mezzo alla giungla, ora in una via malfamata di un porto, ora accompagnato da nobili inglesi, ora da feroci pirati.

Manca qualcosa, in quelle fantasie.

Un tratto d’unione, un fil rouge che unisca i nobili con i mozzi, gli indigeni con le teiere Sheffield.

Qualcosa, o qualcuno, capace di legare tutto questo con la sua personalità, che ricomponga quel puzzle di momenti in un mosaico completo.

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Poi d’un tratto si blocca, non può credere a quel che vede: ciò che è nella sua testa è anche lì, in quel corridoio.

Sono due lampi d’ambra che lo immobilizzano: il silenzio intorno mano a mano diventa assordate, anche gli altri occhi non lo fissano più.

Ci sono solo quei due tizzoni, quelle due braci a trapassarlo, da parte a parte. E d’un tratto le immagini nella sua mente incominciano a roteare, e ad una ad una ad incastrarsi, in un quadro completo.

Al centro loro, i tizzoni. Piano piano si definiscono meglio, vengono incorniciati da una barba, folta, foltissima, un manto quasi.

Poi le spalle, poderose, forti, come le braccia, e il corpo. A definizione finita, la creatura non è umana.

Sì, le sembianze lo sono, ma ha qualcosa del predatore, di un grosso predatore. Ecco, una tigre, come quella che lo sta fissando nel corridoio.

L’uomo è per un attimo sconcertato, poi capisce: quella creatura sarà l’eroe del suo mondo immaginario, e darà ordine e forma alle sue fantasie. Sarà proprio una Tigre, e si chiamerà Sandokan.

Sandokan, la tigre che nacque a Torino
Sandokan, la tigre che nacque a Torino

 

Così vuole che nasca il mito di generazioni dalla penna di Emilio Salgari, mentre passeggia per il Museo di storia Naturale di Torino, all’epoca ancora nelle sede di Palazzo Carignano. Oggi, anche se rovinato in parte da un recente incendio, il Museo è ancora in grado di far perdere la testa a grandi e piccoli, che a fissare le migliaia di esemplari impagliati di animali estinti e non, o sfogliando le meravilgiose tavole del “Botanical Magazine” nella sua biblioteca possono ricreare luoghi esotici e storie fantastiche.
Certo, oggi se si vuole immaginare Labuan, o la Malesia, è sufficiente internet, ma l’immaginazione viene ben presto sostituita da fiumi di immagini, video, che ci mostrano i luoghi lontani per come sono.
Ma la forza del Museo resta comunque straordinaria, e non per il fatto di avere il giardino botanico (in sede distaccata) e la collezione scientifica tra i più importanti al mondo, o per avere i laboratori tra i più attivi ed avanzati in assoluto.

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Sandokan, la tigre che nacque a Torino
Sandokan, la tigre che nacque a Torino

 

Resta perché nell’era digitale risveglia il nostro io analogico, che preferisce chiudere gli occhi e sognare piuttosto che farsi servire i desideri preconfezionati da un computer.
Resta anche perché dà una dimensione reale alle nostre fantasie, all’orso e alla tigre di Mogwli, o agli elefanti di Tarzan, che ogni giorno saranno lì a fissarci con i loro occhi vitrei, come 100 anni fa fissavano Salgari, pronti a portarci con loro lontano da qui, tra isole, corsari, tesori e principesse da salvare.

 V.

 



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