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Pio Manzù e quel viaggio che non arrivò a destinazione

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Pio Manzù e quel viaggio che non arrivò a destinazione
Pio Manzù e quel viaggio che non arrivò a destinazione

26 maggio 1969. Un’automobile sta viaggiando speditamente in autostrada. È tardi, ma ormai manca poco e tra 10 km si concluderà il viaggio da Milano a Torino dell’uomo a bordo del veicolo. Alla guida non c’è una persona qualsiasi, ma uno degli astri nascenti dell’industria italiana, giovane talento e figlio d’arte, Pio Manzù..

Se fosse un film, ora ci sarebbe un flashback; si lascerebbe quella scena del veicolo che corre sulla strada con una musica drammatica di sottofondo che fa presagire che, forse, sta per succedere qualcosa di brutto e si andrebbe a vedere cosa è accaduto a questo personaggio e da dove viene.Il nostro protagonista si chiama Pio Manzù ed è nato a Bergamo nel 1939. Figlio del noto scultore Giacomo, una figura importante della scena artistica italiana del ‘900, Pio ha molte abilità sin da ragazzo e decide di andare a studiare alla scuola di Ulm, mecca del design accademico mondiale.

Ci va poco a capire che Pio è un talento naturale. Nel 1964 si laurea e chiunque abbia a che fare con lui lo vuole sotto la sua ala: è giovane, ma sa progettare di tutto, dagli arredi al design automobilistico e si occupa anche di teoria del design, scrivendo numerosi articoli per riviste internazionali: insomma, il disegno industriale lo sa fare e lo capisce anche meglio di chi è nel ramo da più anni di lui. Diventa assistente alla scuola di Ulm e, data la sua abilità nel fare progetti strettamente connessi alla conoscenza tecnica dei materiali, viene notato da Dante Giacosa, il papà della 500 tanto per citarne una. Giacosa vuole Manzù a tutti i costi sotto la Mole a disegnare automobili e per questo va persino contro i dirigenti FIAT di allora, contrari a qualsiasi tipo di consulenza esterna. Le diffidenze sono però spazzate via da Pio con la sua abilità innata. In un solo anno progetta una concept car che è una monovolume ante litteram da cui nascerà poi la 126 e ottiene l’incarico di disegnare la FIAT 127, l’automobile che deve rivoluzionare il concetto di auto popolare e diventare punto di riferimento della produzione del decennio a venire a livello mondiale: un compito non da poco, soprattutto per un ragazzo che non ha ancora 30 anni.

Pio Manzù e quel viaggio che non arrivò a destinazione
Pio Manzù e quel viaggio che non arrivò a destinazione

Pio Manzù non vide mai la sua opera compiuta e quell’auto, la 500, presa in prestito da sua moglie che stava correndo in autostrada, non giunse mai a Torino.

Proprio mentre stava andando a mostrare il modello in scala 1:1 della 127 ai vertici FIAT, Pio venne colto da un colpo di sonno all’altezza di Brandizzo e, dopo una breve, ma purtroppo inutile corsa in ambulanza, l’astro nascente del design italiano smise di brillare a soli 30 anni. Manzù è stato quello che molti grandi sono stati nei loro rispettivi campi: un innovatore, un visionario e soprattutto, un gran lavoratore. Nella sua breve vita ha realizzato pezzi ancora in commercio, come l’orologio da tavolo attualmente nel catalogo Alessi, il portaoggetti della Kartell e la geniale lampada Parentesi di Flos, disegnata a quattro mani con Achille Castiglioni. Pio Manzù in pochi anni ha cambiato il modo di fare design, forse senza nemmeno rendersene conto e ha lasciato un insegnamento, pratico e teorico che non dobbiamo dimenticare.

Michele Albera

 

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