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Toro: chi ti capisce è bravo

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A Livorno va in scena l’ennesimo psicodramma di quel mistero tragicomico che è diventato il Toro, il quale continua a trovare modi nuovi e, al tempo stesso, antichi per far male a sé e, soprattutto, ai suoi tifosi. I granata diventano sempre più un enigma per solutori molto abili, senza nemmeno la possibilità della soluzione di pagina 46 per avere qualche rassicurante risposta.

Il gol di Kamil Glik
Il gol di Kamil Glik

Al “Picchi” si mette bene dopo 7’: sgroppata di Cerci finalizzata dal tocco vincente di Immobile e incornata di Glik su angolo pennellato dall’ispiratissimo numero undici. Contro una squadra reduce da quattro ko consecutivi e sotto di due a zero davanti al proprio pubblico dopo una manciata di minuti, sarebbe inutile dire come finirebbe nel novantanove per cento dei casi. Gli uomini di Ventura, però, scelgono il centesimo: dopo il “quarto d’ora granata alla rovescia” della scorsa stagione a Parma, stavolta inventano il “contraccolpo psicologico al contrario”. Da quel momento in poi, il Toro va in difficoltà estrema, Padelli, per quanto rimanga dignitoso in mezzo ai pali, inizia a mettere poca sicurezza ai compagni di reparto con giocate di piede al limite dell’assurdo, altrettanto inizia a fare Vives smistando all’indietro in maniera più insensata del solito, l’attacco non viene più rifornito e gli amaranto prendono coraggio, fino a diventare padroni del campo. La difesa granata conferma le sue inadeguatezze, complici le solite assenze, e prima subisce da Paulinho una rete simile alla terza di Palacio contro l’Inter (con l’aggravante di non star fronteggiando un contropiede), poi viene colta impreparata sul 2-2 di Greco, liberissimo di calciare un passo dentro l’area, dopo un “velo” del solito Paulinho sufficiente a far saltare tutto.

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Paulinho
Paulinho

Chiuso il tempo esaltando i riflessi di Bardi con un calcio d’angolo direttamente in porta di Cerci e un altro colpo di testa di Glik, ci si aspetta che, al ritorno in campo, con Barreto per il convalescente e spentissimo El Kaddouri, il Toro provi a far sua la partita, invece è ancora il Livorno del sempre amato Davide Nicola a mostrare i denti: neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per la parata di piede di Padelli su Emeghara che si ritorna sotto. Emerson avanza per un decina di metri senza che nessuno lo contrasti, tanto meno Vives che preferisce ammirarne un doppio passo da lontano: l’ex reggino ne approfitta per lasciar partire un mancino da distanza siderale che sorprende Padelli e ribalta la situazione. Il Toro si butta in avanti in qualche modo, inizia a farei conti con la malasorte su un clamoroso palo di D’Ambrosio, impreca per un sinistro a lato di Immobile da buona posizione, trova un super Bardi su una gran conclusione, sugli sviluppi dell’ennesimo angolo ,da parte del comunque spento Barreto e perviene, onestamente con merito, il pareggio, quando Valeri fischia un rigore per mani di Rinaudo su tiro al volo di Immobile, servito dal volenteroso Meggiorini, da poco subentrato. Dal dischetto Cerci ritrova la via della rete e il risultato non cambia più.

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Giampiero Ventura

Dubbi e contraddizioni continuano ad aleggiare attorno a questo Toro: risultati alla mano, sembrerebbe diventato qualcosa di zemaniano, ma di calcio spettacolo se n’è visto pochino. I numerosi gol sono frutto di un maggior cinismo sotto rete, l’unico vero miglioramento rispetto allo scorso anno, bilanciati da una fase difensiva atroce. Si rimane perplessi, ancora una volta, per il nuovo modulo, essendoci infilati in un circolo vizioso difficile da spezzare, perché, dopo due anni ad applicarsi su un 4-2-4 che sarebbe stato soltanto più da limare e, se mai, da rendere più camaleontico in talune circostanze, a causa di una partita, oltretutto perso, a Milano, si è passati a uno schema difficile, ricominciando da capo, senza giocatori adatti a recepirlo in fretta. Si rimane perplessi anche di fronte alla diciannovesima rimonta subita, senza rimedio. Si rimane perplessi quando Ventura si siede, sul 3-2 per il Livorno, come se la partita non lo riguardasse più o come quando, in tribuna stampa, spiega che non ha ancora trovato il rimedio alle suddette rimonte, come se la parte tecnica/mentale competesse a un altro. Si rimane perplessi quando si sente dire che “ci siamo specchiati” dopo un quarto d’ora, in realtà molto meno, che in massima serie il Toro non sfoderava da anni: sarebbe carino sapere in base a quale supponenza ci si sia specchiati, visto che, nell’undici in campo, non ci sono palloni d’oro o vincitori plurimi di Champions League con una comprensibile pancia piena per abbassarsi a continuare a lottare col Livorno per i rimanenti 83’. La testa dei giocatori, l’atteggiamento cervellotico dell’allenatore, una società assente e deficitaria sul mercato, dove sembra voler sempre creare un’incompiuta per non rovinare l’obiettivo di vivacchiare: la tripartizione di responsabilità inizia a essere chiara, mentre la classifica non aspetta. La parte sinistra è sempre a un tiro di schioppo, ma lì rimane, perché, come lo scorso anno,il fucile continua a incepparsi. Le altre, in compenso, non aspettano: il Bologna, derelitto fino a domenica scorsa, morde le caviglie, il Livorno ha messo la freccia, il Genoa si è rianimato a dimostrazione che, coi tre punti, basta poco per rimettersi in corsa, soprattutto se chi hai davanti parla, parla, ma non vince mai.

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Alessio Cerci
Alessio Cerci

Domenica sera arriva un avversario da far tremare i polsi: la Roma capolista di Garcia. Generalmente, il tifoso granata, reduce da anni di abbruttimenti e di appiattimento, dice, con un’alzata di spalle, che questa è una di quelle partite che “si può anche perdere”. No, questa partita, a questo punto della stagione ,reduci dagli ultimi due impegni e nonostante la clamorosa disparità di forze in campo, è proprio quella in cui si deve provare a vincere. Interrompere la striscia dei giallorossi, sempre che non ci riesca già il Chievo stasera, può essere la molla giusta per sbloccare psicologicamente l’undici di Ventura, scuotendo via, in un colpo solo, gran parte degli spettri che li stanno accompagnando nel cammino. Un’impresa disperata, forse, ma proprio per questo un’impresa da Toro, sperando che qualcuno sappia ancora cosa voglia dire, sperando che a qualcuno importi ancora cosa voglia dire.

Francesco Bugnone



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